Come Dio comanda

Ok, ammetto che mi sono un po’ bloccata. O, per meglio dire, sono tornata alla forma standard, quella cioè che prevede che io prenda un’iniziativa, la affronti con sostenuto entusiasmo per il primi 10- 15 giorni, e poi la molli in maniera sistematica appena spento il fiammifero dell’entusiamo iniziale. Io faccio così, con tutto, quasi sempre. Non si contano più i libri iniziati  e mai finiti, o i diari segreti scritti solo nella prima pagina e poi buttati via –  o meglio, conservati gelosamente perchè non si sa mai, potrebbero sempre servire per piangersi un po’ addosso sul tempo passato, vedi il post sullo scorrere del tempo -, così come i corsi di nuoto mai cominciati, ma che per quante volte ho detto che lo avrei fatto mi rendono una campionessa olimpica di stile libero immaginario.

La lista dei buoni propositi prevede – nell’ordine -: mettere a posto la mia camera, andare a letto presto la sera e svegliarmi presto la mattina, non mangiare più la pizza (non questo non c’ho mai creduto nemmeno io!) , prendere la macchina invece del motorino per andare a lavoro (che si collega a portare a pulire la macchina, a sua volta collegato a sistemare il garage, e così via in tutto il settore autoveicoli), riprendere a suonare il piano prima di dimenticare completamente come si fa, recuperare le famose carte con cui ho scritto la tesi (nelle conclusioni ho scritto che avrei continuato le ricerche e che il mio lavoro non si sarebbe fermato lì, spero di ricordarlo solo io….), finire di leggere “20mila leghe sotto i mari” e un’altra ventina di libri, svuotare gli armadi, e  infine il mio preferito: buttare giù tutta la mia stanza, andare da Ikea, comprare tutto nuovo e trasformare il tutto senza stare a sentire nessuno (in futuro questo punto dovrebbe diventare “trovare una casa”, ma per ora prendo tempo). Tutte queste cose rientrano nel file mentale rinominato come “domani lo faccio”, che ormai ha assunto un volume immenso. Il problema è che spesso in questa cartella sono conservati anche molte promesse mai mantenute, fatte anche agli amici, e mille altri propositi, molto più profondi e ragionati, e miseramente mai portati avanti.

Accumulare tutto questi domani comporta un effetto collaterale spiacevole: quello di volerne accumulare sempre di più. Funziona così: non appena quello che stai facendo perde il gusto e il sapore dell’entusiasmo iniziale, la tua testa inizia  cercare un altro domani che ti dia  di nuovo la stessa sensazione di vita. Il risultato è che quando inizi a pensare così, sei talmente proiettato su ciò che vorresti di nuovo, da trascurare quello che stai facendo per davvero, per sviluppare così un acuta tendenza alla lamentazione perenne e all’autocommiserazione, che ha come tema lo schifo della tua vita presente e la bellezza della tua vita futura. Quella cioè che ancora non conosci. In pratica tempo sprecato a ragionare del nulla.

Ecco, io ho fatto tutto questo negli ultimi mesi: sono diventata campionessa di lamento e autocommiserazione per il mio lavoro, diventando una palla al piede anche per me stessa, e, cosa ancora più grave, perdendo completamente di vista il senso dell realtà. Sono servite le chiacchierate con gli amici, e altri strumenti che poi vi dirò per svegliarsi da questo comodo torpore. Le sveglie sono arrivate dal sentir parlare chi lavora da precario, da mesi con un contratto volatile e soprattutto senza essere pagato, cosa che stride assai con il mio contratto di lavoro precario sì,  ma scritto nero su bianco, con la mia busta paga alla fine del mese, con i miei econtributi versati regoralmente, e anche con i sabati di lavoro.   e dal sentire i racconti di chi, in prova si sveglia alle 6 di mattina prende autobus, treno e macchina per arrivare in orario ad un lavoro in cui è in prova. Ma queste tutto sommato sono “svegliette”, schiaffetti che si danno a una persona svenuta per terra. La sveglia più forte è arrivata da chi mi ha parlato della realtà del lavoro con molta più forza…e diciamo che l’ho sentito il colpo sul capocollo, come se mi avessero presa  di forza dal letto, scossa e shakerata, e rimessa a sedere. Lo Scuotitore in questione mi ha parlato anche del suo lavoro, e delle difficoltà che ha attraversato nel tempo, dopo aver centrato perfettamente i miei punti deboli e averli messi sul tavolo in modo che anch’io potessi vederlo con chiarezza, mi ha parlato della fame che ti spinge a lavorare e della mancanza di fame che ti porta a lamentarti di quello che hai, ma soprattutto mi ha parlato del Lavoro come mezzo di santificazione. Che detta così fa un po’ paura, ma invece no, anzi.

Il lavoro, anche il più miserevole,  fatto con Amore e a gloria di Dio, è il mezzo che abbiamo per diventare santi, e per portare Cristo agli altri: la fatica di sopportare certi colleghi con cui non vorresti nemmeno andare ad una riunione di condominio, o il senso di frustrazione nel fare qualcosa che anche un bambino farebbe meglio di te,  o ancora quella sottile voce nella testa che continua a ripeterti quanto tu sia sprecata in quel posto, facendoti sentire automaticamente una schifezza, tutto questo può essere offerto al Signore come il tesoro di una giornata, e come mezzo per chiedere la Grazia di amare quel lavoro e tutto quello che ruota attorno, esattamente come Dio lo ama. E anche di più: si può chiedere la Forza di fare quel lavoro al massimo, cioè farlo con quell’attenzione e quella cura che Lui stesso ha pensato di applicare a quel lavoro. Di fronte a questo ogni giorno con la sua pesantezza diventa un dono da offrire, ogni fatica un tesoro da regalare. E’ complessa la storia e non è nemmeno facile, e nessuno, ma proprio nessuno, ha mai assicurato che tutto questo sia piacevole e divertente da fare. E’ faticoso dare valore ad ogni giornata, vivere e offrire ogni minuto delle piccole sofferenze quotidiane, perchè non senti il cuoricino più leggero mentre lo fai , nè vedi sorgere una gratificante aureola sopra la tua testa. Ma è il cammino da seguire per non piegarsi nel proprio orgoglio, nella propria povertà, nella sete di entusiasmo, e per essere discepoli, fedeli anche nel poco. E soprattutto è la ricetta per poter Amare, sul serio, tutto e tutti. Quando provi la fatica di affidarti, di metterti nella mani di Dio, di dire sia fatta la tua volontà, , allora anche le piccole e insignificanti pieghe della tua vita assumono un valore diverso; quando chiedi di amare i colleghi che ti fanno saltare i nervi, o di abbracciare la monotonia e la piattezza del  lavoro quotidiano, allora anche l’Amore per la tua famiglia, per gli amici, per i compagni di vita e i figli, cambia, si rinnova, si rafforza. E la vocazione trova in questo il suo terreno per crescere, maturare, consolidarsi. Dai la tua vita, ti offri in questo per gli altri. Tocca immergersi nel fondo della piscina, nuotare fino a giù trattenendo il fiato, per poi risalire con ancora più forza, invece di affondare il viso in ogni pozzanghera tanto per bagnarci la faccia. Occorre andar in fondo all’esperienza, per poterla valutare nella sua oggettività, al di là di lamentele e rimpianti, per poi poterla lasciare con la certezza di conoscerla, e di averla vissuta nella pienezza come offerta.

E non lo facciamo perchè siamo bravi a fingere che certe cose ci piacciano anche se in realtà ci fanno schifo, è proprio il contrario: la sua Grazia, se la chiediamo con fiducia, ci insegna a fare ciò che non vorremmo o che ci ha stancato con la stessa dedizione e lo stessa cura che impiegheremmo in una missione scelta liberamente a nostro gusto. Per quanto tempo farlo? Non dipende da noi, nel momento in cui ti affidi, non stabilisci un tempo definito, ma aspetti che ti si mostri un’altra strada, da affrontare senza fughe e con una chiarezza che verrà da Lui.

Tutto questo non mi trasforma automaticamente in una macchina da guerra, ma mi aiuta a trovare il punto di cui partire per costruire la santità quotidiana: io parto dal mio lavoro, cioè dalla scaletta del telegiornale, che così sarà la più precisa e più bella che si può…il resto, compresa la libreria di Ikea, verrà proprio da lì. “I can change the world with my own two hands” “Posso cambiare il mondo con le mie mani” canta Ben Harper in una bellissima canzone di qualche tempo fa. Vero, sì ma fino ad un certo punto. Posso cambiare il mondo con il mio lavoro fatto “come Dio comanda”, con la forza delle mie mani e l’intervento della sua Grazia. Ecco la  mia scoperta di questi giorni:  per questo posso solo ringraziare da profondo del cuore le sveglie e i ceffoni che gli Amici, quell veri, sanno impartire con cura e precisione, e con tanto tanto amore.

Annunci

7 thoughts on “Come Dio comanda

  1. Ciao Elena,
    ti ho scoperto grazie al blog di Costanza. Da oggi avrai sempre e puntualmente una nuova lettrice: me!
    Ho 24 anni, quasi finito con gli studi, mando CV a questo e quel giornale, rivista, sito internet…vorrei scrivere anch’io. Non è un bel periodo, per vari motivi, e la scoperta del tuo blog, in cui tra l’altro parli dello Scuotitore, lo prendo come segno del Signore affinché anche io senta questa sua bella scossa e ritorni in carreggiata.
    Al prossimo post allora!

    • Ciao Maria! Ti capisco, come ti capisco! conosco molto bene il desiderio di scrivere, e il peso di cercare e non trovare dove e come farlo….se può consolarti anch’io sono ancora alla ricerca, anzi ho appena ricominciato, e so che sarà la strada da fare è lunga!Non sono proprio in grado di dare consigli e quindi mi limito a condividere (e ricordarla così anche alla mia testa che la scorda troppo spesso) la “dritta” che si può usare per tutto: la preghiera.
      A presto.

  2. Ciao Elena,
    ti ho scoperto grazie al blog di Costanza. Da oggi avrai sempre e puntualmente una nuova lettrice: me!
    Sposa ,mamma di due figli di 8 e 6 anni , classe 1970. Ciao Marcella

  3. Cara amica,
    sono entrata nel suo salotto dalla porta del salotto di Costanza Miriano e ho letto delle sue reazioni al gesto dei lanzichenecchi del 2011. Sono anche le mie e credo siano state quelle di molti altri. La ragione per cui le scrivo un commento qui e non là è invece che non condivido una cosa che ha scritto dalle parti della dodicesima riga della meditazione soprastante e segnatamente queste parole

    “non C’HO mai creduto nemmeno io!”.

    No, cara amica, non è possibile che lei non KABBIA mai creduto (in quella qualunque cosa di cui stava parlando. Casomani lei non CIA’ mai creduto. Se è vero che Dio è nei dettagli, questo bel blog merita di essere scritto come si deve. Foneticamente, se vuole, ma allora usando i segni grafici giusti per esprimere i suoni. Purtroppo oggi i men che trentenni che non hanno dubbi sulla trascrizione fonetica dell’inglese (uairless) possono avere problemi seri con quella dell’italiano.

    Dato che lei è romana (jure sanguinis o jure soli non importa, sempre romana è) non me ne vorrà se le dò da leggere un pezzetto dell’introduzione che G.G. Belli scrisse per spiegare la lingua dei Sonetti ai lettori non romani.

    «Bisogna qui avvertire un altro ufficio della lettera c. Presso il volgo di Roma le voci del verbo avere sono proferite in due modi. Quando serve esso verbo di ausiliare ad altri verbi, tutte le di lui modificazioni necessarie ai tempi composti di questi si aprono col naturale lor suono, meno i vizi delle costruzioni coniugate: per esempio hai fatto, avevo detto, averanno camminato, ecc. Allorché però lo stesso verbo avere, preso in senso assoluto, indichi un reale possesso, i romaneschi fanno precedere ogni sua voce dalla particella ci. Non diranno quindi hai una casa, avevo due scudi, averanno un debito, ecc., ma bensì ci hai una casa, ci avevo du’ scudi, ci averanno un debbito, ecc. Poiché però il ci non è da essi pronunciato isolato e distinto, ma connesso e quasi incorporato col verbo seguente, così queste parole e altre verranno da me scritte colla particella indivisa: ciai, ciavevo, ciaveranno. E siccome esse consteranno pur sempre dall’accoppiamento di due voci diverse, io vi porrò un apostrofo al luogo dove cade l’unione fonica (ci’ai, ci’avevo, ci’averanno) affinché da niuno sien per avventura credute vocaboli speciali e di particolare significazione. Se poi la combinazione della altre parole del discorso, che vadano innanzi alle dette voci a quel modo artificiale, produrrà lo strisciamento oppure il raddoppiamento della c già da me più sopra indicato. Ecco in qual maniera si noteranno queste altre due differenze: Io sc’iavevo du’ scudi, Tu cc’iai una casa, ecc. Se al contrario il verbo avere non indichi un reale possesso allora le sue voci andran prive del ci: per esempio: avevo vent’anni, hai raggione, averanno la disgrazzia, ecc.» (G.G. Belli, Introduzione ai “Sonetti”)

    • …Grazie per la correzione e la lezione. Mi ha ricordato la stessa correzione fatta dalla mia maestra alle elementari: allora il compito era scrivere una lettera in due forme, confidenziale e formale, e io nelle versione confidanziale aggiunsi esattamente la formula in questione (c’ho)…..e venni sgridata. Ricordo che ci rimasi malissimo, convinta che anche nello scritto informale, oltre che nel parlato, la formula potesse avere cittadinanza, soprattutto in quei “pensierini”, scritti di getto sull’onda dell’emozione….Ho continuato ad usarlo, ovviamente non negli scritti ufficiali, perchè ritenevo ( e ritengo ancora, forse) che fosse più efficace per esprimere il concetto…e poi il desiderio di smentire la correzione della maestra che allora mi era sembrata così ingiusta è sempre molto forte. Mi arrendo: evidentemente, su questo aveva ragione lei (su altre cose, grazie a Dio, no!). Ringrazio per avermelo fatto notare, e ringrazio anche per l’incoraggiamento a portare avanti un blog corretto sotto tutti i punti di vista. Ce ne saranno molti altri di errori, e alcuni ci sono già, perchè alla ventesima revisione della bozza gli occhi perdono colpi, perchè il salotto è un po’ espressione di chi lo custodisce e quindi nel mio caso è sempre un po’ disordinato, perchè l’autrice sta ancora prendendo confidenza con questo nuovo strumento di comunicazione. Chiedo clemenza, ma anche pazienza: sono tante e tante le cose che non conosco, quelle che ho scordato, e quelle che mi vengono in mente tre secondi dopo la pubblicazione del post. Questa incompletezza fa parte dell’essere “trentamenouno”, non solo per questioni anagrafiche. A presto.

  4. Ahem… se posso permettermi, già che ci siamo, poi smetto di infastidire. Perché non abituarsi anche a scrivere “perché” (con l’accento acuto) invece di “perchè” (con l’accento grave). Ci corre la differenza che corre tra la “e” chiusa e quella aperta. “Perché”, a regola, avrebbe la “e” chiusa, quindi accento acuto (quello che sale).

    Mi perdoni, non sono una maestra (neanche elementare) ma sono nata là dove il sì suona, tanti anni fa, quando ancora suonava giusto.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...