Mele, coccodrilli, comandanti e soldatini

Cado nel trappolone e ne parlo anch’io: è morto Steve Jobs. “Addio al pifferaio magico, addio all’innovatore,  scompare l’uomo visionario”: quanti ne abbiamo letti di titoli così in queste ore? E poi le foto, le vignette, il logo Apple listato a lutto, fino all’omaggio dei fan e ai mille video rimbalzati da YouTube. Succede sempre così quando muore un personaggio famoso: giornali, tv e siti internet tirano fuori pagine e pagine e pagine di approfondimento, e dedicano trasmissioni speciali di omaggio, chiamando in causa chiunque possa raccontare un aneddoto, analizzare un istante o scandagliare una piega della vita. Se poi la morte è violenta, o avviene in circostanze sospette, si può tirare avanti a raccontare per mesi interi, anche per anni. Quella di Jobs era per gli organi di informazione una morte annunciata: afflitto da un male incurabile, era solo questione di tempo. Tutto già preparato in attesa del trapasso. Per questo è stato possibile da subito trovare numeri dedicati di riviste di informatica, o in libreria una sezione speciale con le copie dell’ ultima biografia e i vari testamenti spirituali. Sono versioni dilatate del famoso “coccodrillo”, che in giornalismo è  il necrologio di un personaggio, aggiornato costantemente in attesa del momento di pubblicazione. Cioè in attesa della morte.

A me questa storia del coccodrillo ha sempre fatto un po’ impressione, perché mi fa pensare alle lacrime di coccodrillo e quindi alla sensazione del rimpianto e della nostalgia. E’ giusto rendere omaggio alla vita di una persona e ricordare tutto quello che ha fatto di buono, ma  alla lunga tutte queste celebrazioni ti portano a pensare con nostalgia assordante al passato, e ti regalano una malinconia pesantissima, a cui segue la tentazione di pensare che la morte sia sempre e comunque ingiusta. Eppure sappiamo che non è così, e lo sapeva pure  Steve Jobs,  che nel suo discorso agli studenti di Stanford di cui tutti in queste ore abbiamo sentito parlare, fa riferimento senza timore alla morte, spingendosi a definirla addirittura come la più grande invenzione della vita, il motore che porta verso la novità, e che ti spinge a non accontentarti,  a seguire il cuore, a dare importanza ad ogni momento. A questo punto, ci starebbe bene il discorso del Carpe Diem, il cogliere l’attimo. Io ci aggancio il Vangelo, che non parla tanto dell’istante, quanto del giorno presente (nè il passato, nè il domani, che avrà già le sue inquietudini) e che ci tranquillizza subito: “ Chi di voi per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita?”.  Ogni capello del capo è contato, figuriamoci i giorni, e ogni giorno ha valore, anche quello della malattia e della morte, fino alla fine.  E se non ricordo male nella Messa subito dopo la Consacrazione, diciamo che celebriamo la morte, perchè poi possiamo proclamare la Resurrezione, mica il baratro e il vuoto.

Prima di incartarmi in un discorso più grande di me e delle mie capacità, torno alla base, ricordandomi però una cosa che mi hanno fatto notare, e che trovo estremamente confortante: lungo il percorso  della nostra vita e della morte abbiamo sempre il sostegno di Maria. Nell’Ave Maria, infatti, chiediamo alla Madonna di pregare per noi adesso, cioè nel momento in cui costruiamo, e poi alla fine, nell’ora della morte, perché  si sa già dall’inizio che in quel momento avremo paura e avremo bisogno di essere sostenuti.

Comunque non ho voluto parlare di Steve Jobs solo perché ne parlano tutti, nè perché sto scrivendo da un computer Apple e quindi voglio unirmi ai cori di omaggio. Lo faccio perché mi stava simpatico e in fondo mi sembrava di conoscerlo un po’, anche se non abbiamo mai mangiato insieme.

La battaglia contro il tumore che ha combattuto Steve Jobs è conosciuta  anche da queste parti, e sappiamo quanto è dura e spietata. Quando una persona a cui vuoi bene si ammala e deve ingaggiare la lotta nel ruolo di comandante,  automaticamente anche tu, soldatino semplice, indossi l’armatura e parti. E chissà perché ti sembra di conoscere tutti gli altri soldatini con i rispettivi comandanti che sai essere schierati sullo stesso campo, anche quelli più illustri e famosi; scatta una specie di simpatia, una sorta di affetto, anche se non vi parlerete mai. Dopo il primo momento di diffidenza, ti conforta sapere che anche loro sono lì: le notizie dei loro successi ti danno speranza mentre il tuo comandante arranca sotto i colpi e tu sei tramortito dagli schiaffoni e la disperazione è ad un passo; le loro sconfitte ti fanno sprofondare. Poi, quando al tempo stabilito il tuo comandante viene chiamato al ritiro e al Riposo, e tu lasci spada e armatura e torni a casa,  continui a guardare da lontano, con un filo di emozione, chi è ancora sul campo.

Non ho mai seguito con attenzione una presentazione dei prodotti Apple, però guardavo Steve Jobs. Il viso scavato, il maglioncino nero sempre troppo largo e la cintura sempre più stretta, raccontavano  molto ad un soldato semplice, che sapeva riconoscere in quei segni qualcosa che è stato fin troppo familiare. Per questo motivo Jobs mi sembrava di conoscerlo, perché al di là di tutto riuscivo a leggere in lui quel tratto di umanità così tanto vulnerabile che va ben oltre l’espressione del genio, e ci riconoscevo il viso del comandante.

Chissà lo stupore che avrà provato nel momento decisivo della resa, chissà come sarà stato abbracciato dall’altra parte. Quando una persona muore, penso sì al dolore dei familiari e degli amici, ma ammetto che l’altro pensiero è proprio al mistero di questo passaggio, al momento decisivo dell’incontro tra Dio e la sua creatura, quello che aspettiamo tutta la vita. E poi la domanda che mi faccio, soprattutto nei casi delle morti celebri: qualcuno continua a pregare per questi uomini e queste donne, finito il momento della commozione generale e degli omaggi, quando la gloria del mondo è ormai passata? Nel dubbio aggiungo un Eterno Riposo per chi non ha nessuno che ci pensa: per tutti, per chi  agli occhi del mondo  era conosciuto come Steve Jobs, Michael Jackson, Liz Taylor, Freddy Mercury eccetera eccetera, e per chi agli occhi del mondo e anche ai miei, è stato  assolutamente ignoto come Mario, Paola, Sergio. Sì, credo che sia il tipo di omaggio che mi posso permettere.

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5 thoughts on “Mele, coccodrilli, comandanti e soldatini

  1. volevo solo fare una considerazione su quello che dici all’inizio e sui meccanismi dell’informazione di questo cordoglio collettivo che diventa ostentazione mediatica. Nella mia stanza al lavoro attaccata al muro ho la prima pagina del Corriere della Sera del 10 dicembre 1980: a centro pagina a caratteri grandi c’è il titolo “Bisaglia (ministro dell’industria ndr) si dimette” a sinistra un editoriale su tre colonne “Per chi suona la Varsavjanca. L’URSS invaderà la Polonia?” a centro pagina “Anche il PCI condanna le minacce sovietiche” e di spalla su una colonnina a destra, piccolino :”L’ex leader dei Beatles assassinato a Nuova York da un fan impazzito”.
    Ti rendi conto! da un eccesso all’altro.

  2. Avevo letto a suo tempo, il discorso che Steve Jobs aveva fatto agli universitari e mi aveva colpito molto perchè vi avevo trovato un grande ottimismo. Credo che fosse un uomo che cercava il bene e sarà stato bello il suo incontro con Dio.I
    in ogni caso una preghiera per lui è importantissima, come per tutti. Andreina

  3. Anche a me Steve Jobs stava simpatico e per questo più che i suoi prodotti (sebbene alla fine a mia moglie -che ama far foto – ho regalato un iMac!) era la sua umanità che mi colpiva e mi affascina. Brava Elena per la tua riflessione che ci condividi. A presto!

  4. A me Steve Jobs non diceva nulla (troppo irraggiungibili per le mie tasche i suoi aggeggi informatici e telefonici), prima di sentire il suo discorso all’università di Stanford. Da quelle parole ho capito una frase di un mio amico morto anni fa, che quando una persona ha qualcosa da dire al mondo, il suo posto lo trova.

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