Armi di battaglia

Non pensavo di scrivere di stretta attualità oggi, anzi, avevo in mente tutta un’altra cosa. Però quello che è successo a Roma in queste ore mi ha impressionato, inutile nasconderlo. Non ho ancora 30  anni, il lavoro è un’ incognita, e seguire le cronache politiche del nostro paese ultimamente mi da la stessa piacevole sensazione che può dare una martellata sulle gengive.  Vivo a Roma, ad una distanza di 20 minuti in motorino da tutto, anche da San Giovanni. Insomma avrei avuto tutte le carte in regola per scendere in piazza e  manifestare.

Non l’ho fatto, e per circa un minuto e mezzo sono stata attraversata dal pensiero di essere un cittadino dalla scarsa coscienza civile, una di quelle che usufruiscono del frutto di battaglie altrui, eccetera eccetera. Poi mi sono ricordata delle manifestazioni a cui ho partecipato anni luce fa, della sensazione di disagio provata nello stare lì, in mezzo alla folla che sapeva perfettamente quello che doveva dire e come doveva muoversi, mentre io stavo lì senza sapere nemmeno bene che faccia fare, quale slogan abbracciare, guardandomi intorno per cercare di capire……e mi sono tranquillizzata. Perché in queste manifestazioni chi davvero ha a cuore i motivi per cui scende in piazza rimane quasi sempre sopraffatto dal clima di odio, rabbia, e sottile violenza che comunque si respira, e si ritrova alla fine a girare un po’ spaesato, per uscirne poi fisicamente distrutto. Come se il corpo avesse capito tutto prima. Ma la mia esperienza è davvero troppo limitata per poter discettare su questo.

Scrivo nel cuore della notte, dopo una giornata in cui la mia città è stata messa letteralmente a ferro e fuoco. Le immagini delle auto bruciate, delle colonne di fumo, delle cariche della polizia, e di migliaia di persone in fuga ci hanno accompagnato per tutto il pomeriggio, insieme al rumore degli elicotteri che già dalla mattina hanno iniziato a  volteggiare sopra le nostre teste. Sono tornata a casa poco fa, attraversando un centro della città deserto: fa freddo, e non sembra sabato sera. Dicono che la gente ha avuto paura, ed è rimasta a casa. E’ il risultato finale della giornata, l’anello finale della catena: la rabbia chiama la violenza, la violenza chiama la paura. E la paura ha dominato oggi pomeriggio nella mia città.

Io mi ritrovo a scrivere con un misto di rabbia e di tristezza nel cuore: rabbia, fortissima, per quello che ho visto, per il pensiero di tanti ragazzi che hanno sfogato una violenza incomprensibile contro tutto quello che hanno trovato sulla loro strada, senza guardare in faccia a nessuno. Banche, negozi, auto, tutto. Anche una chiesa è stata attaccata, hanno distrutto un crocefisso e fatto a pezzi una statuetta della Madonna: sono andati a cercarli perché non erano in strada, sono entrati apposta, e senza motivo. La ragione non mi spiega il senso di tutto questo, non lo capisco. Li guardo e sento una specie di lava salire piano piano, mentre una vocina soffia  all’orecchio suggerimenti su possibili, terribili, metodi punitivi. Penso a Rocky, a Rambo, a Don Camillo che prende a calci Peppone, al panda di Kung Fu Panda nella battaglia finale, penso alle suore della mia scuola quando si arrabbiavano seriamente, e al cucchiaio di legno con cui le mamme minacciavano i figli fino a qualche tempo fa, e penso anche che un mix di tutto questo, tutto insieme.. sì, non sarebbe male.

Poi arriva la tristezza, nel vedere i volti di questi ragazzi. Chi sono, che cosa pensano, cosa hanno fatto nella loro vita prima di oggi? Hanno sogni, hanno desideri, c’è ancora un barlume di umanità oltre gli sguardi bestiali, oltre la schiuma alla bocca? Il loro cuore oltre a pompare sangue nelle vene del collo, sa ancora palpitare per qualcosa di buono? Oggi hanno distrutto una città, e rovinato la protesta di migliaia di persone: sono nemici, di tutti. E noi sappiamo che posto dare ai nemici nel cammino. Io non sono pratica di campi di battaglia conosco solo quello che sta sulla strada del discepolo, in cui le regole sono chiare: una delle più difficili in assoluto è “Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori”(Mt 6, 43), la storia ci racconta che i cristiani lo hanno sempre fatto..  Credo che sia la trovata più impopolare di queste ore, la più facilmente spernacchiabile e risibile, ma io conosco quest’arma, e non sarebbe male imparare ad usarla anche questa volta: perchè l’altra istruzione è “pregare sempre, senza stancarsi” (Lc 18,1), e la giornata di oggi mi sembra definisca un valore  da dare a quel “sempre”.

Caspita che fatica incredibile pregare per queste persone. Una preghiera secca, arida, dura come pietra, fredda gelata, senza  nemmeno un palpito del cuore, condita dalla rabbia, dallo sdegno,  dalla tentazione, sempre in agguato, che non serva a nulla.  Perché queste persone possano vedere crollare le fragili certezze di cui si fanno scudo, la mancanza di regole, l’appartenza cieca e la violenza assoluta, e siano accerchiati da un richiamo a cui non riuscire e resistere, da una Bellezza che acceca e stravolge, toccati  e scossi da una mano che non distrugge, ma afferra,  colpisce alla noce del capocollo quando vuole, scuote e sa costruire, anche sui terreni più devastati dalla vita. A partire da zero.

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5 thoughts on “Armi di battaglia

  1. Io non ho alcuna comprensione nè giustificazione per la violenza fine a se stessa, e che so pienamente studiata e voluta (mi riferisco dunque ai black bloc e non ai manifestanti della prima ora, per quanto delle manifestazioni in generale abbia un’idea negativa).
    Tuttavia, sì, se non ci si vuole fermare allo sdegno o alla rabbia l’unica cosa, la migliore?, che possiamo fare è pregare, come suggerisci. Me ne ricorderò oggi, al momento opportuno; grazie per avermi spronato quando io da tempo non ho più parole.

  2. grazie perchè mi hai aiutato a guardare questa orribile situazione con lo sguardo giusto e costruttivo. Io ero a Genova quando ci fu il G8 e anche lì era successa la stessa cosa. La rabbia è sempre indice di una mancanza di pace interiore, di assenza di Dio e quindi la cosa più costruttiva è pregare per recuperare questa presenza. An
    dreina

  3. “Poi arriva la tristezza, nel vedere i volti di questi ragazzi. Chi sono, che cosa pensano, cosa hanno fatto nella loro vita prima di oggi? Hanno sogni, hanno desideri?”

    No, non penso desiderino più qualcosa, chi desidera ha una speranza; penso che abbiano censurato il proprio desiderio soffocandolo sotto la rabbia, l’assenza dell’amore dei propri genitori e sotto mille altre cose.

    Ma il cuore dell’uomo è come una brace sopita sotto la cenere di un camino, e l’unico vento che può riscoprirlo è, come hai detto tu, la Preghiera. Complimenti

  4. Pingback: A proposito di santità… | TRENTAMENOUNO

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