De Senectute

Finestre socchiuse, luci basse, televisione accesa; la pendola appoggiata al muro è rotta da anni, ma nessuno ha pensato ad aggiustarla; un divano, il bastone lì vicino, qualche medicinale sul tavolino, mucchi di libri e di giornali, una vecchia agenda usata come quaderno, un orologio con il quadrante grande. La casa di un anziano solo è piena di questi piccoli particolari, che circondano un mare di ricordi. La giornata è scandita da pochi appuntamenti fissi: il telegiornale, le previsioni del tempo,  Beautiful (non serve seguire la storia, tanto è sempre la stessa), il pranzo , il pisolino, Mara Venier il pomeriggio, la messa quando si può, la cena, qualche visita se la giornata è fortunata, tante telefonate, e via a dormire, prima di iniziare un altro giorno, spesso molto simile uguale a quello  appena finito.  Una vita intera racchiusa in piccoli gesti ripetitivi, ma così accoglienti e rassicuranti anche per chi li vede da lontano.

Quando si è giovani, l’idea della vecchiaia spaventa: proiettati al futuro prossimo, non si può pensare al giorno in cui avremo i capelli bianchi e il bastone accanto al divano, quando impiegheremo  un’ora per vestirci, quando l’udito si sarà abbassato e riusciremo a seguire a fatica una conversazione. Nel pieno della vita cammini sulle tue gambe, puoi  andare e venire dove vuoi, senza dare retta a nessuno, puoi fare del tuo pensiero il faro ispiratore delle vita, puoi inseguire i sogni  e i desideri di felicità. Non riesci a immaginare il momento in cui non sarai più autonomo.

La vecchiaia è la fase della vita meno ambita: tutti vorrebbero tornare bambini, con l’innocenza, la purezza, l’illusione dell’infanzia, o adolescenti, con tutti gli sconvolgimenti e i primi battiti del cuore, qualcuno vorrebbe rivivere la giovinezza, e l’età adulta, magari per correggere qualcosa,  ma sfido a trovare qualcuno che vorrebbe rivivere da anziano. Perché quando sei anziano il fisico ti fa sentire i suoi limiti,  e ti mette inevitabilmente faccia a faccia con i tuoi, di limiti,  la salute non è  infallibile come prima, e sei costretto a chiedere aiuto, a contare  spesso sulle gambe, sulle braccia, sulla  testa di un altro. Diciamo non proprio un balsamo per l’orgoglio che ci caratterizza. E poi gli anziani sono quelli  più vicini alla fine della vita e quindi sono quelli che hanno più diritto a fare bilanci, e a tirare le somme, a dare il vero valore alle cose, e questo fa paura.   E fa ancora più paura pensare di arrivare a quel punto della vita stringendo tra le mani un pugno di rimpianti e di malinconie.

A questo punto potrei sfoggiare  un mare di cultura citando opere come il De Senectute di Cicerone, trattato sull’importanza dello scorrere del tempo accettato con serenità, così tanto per dare un tono di altissimo livello alla conversazione. Mi limito a citazioni molto più alla mia portata, tipo il passaggio di quella canzone di De Andrè che recita “ I vecchi , quando accarezzano hanno il timore di far  troppo forte” in cui si concentra tutta la dolcezza di questa fase della vita, e ancora “ la gioventù è un dono della natura, la vecchiaia un’opera d’arte!” frase molto meno nobile che campeggia su un magnete attaccato al nostro frigorifero. Carezze e opere d’arte, non sono sempre doni scontati della maturità. Non sempre i vecchi sanno accarezzare, a volte sanno essere duri e ruvidi come la carta vetrata, sanno essere tosti come il marmo e sanno usare tecniche affilate negli anni per ferire, senza nemmeno rendersene conto.

Non sempre la vecchiaia è un’opera d’arte, anzi: se la vita ti ha lasciato l’amaro in bocca, e non è stata vissuta in pienezza, la vecchiaia e tutti i suoi acciacchi arrivano come una mannaia, a tarpare le ali con cui non hai mai volato e non volerai mai. Gli anni che passano, e il tempo che scappa senza essere riempito, fa assumere a tutto quello che hai lasciato sospeso ad altre età le dimensioni  di un enorme peso: le gelosie di quando eri bambino, a 80 anni diventano privazioni che ti hanno segnato il carattere e rovinato la vita, passata a rimestare senza aver avuto il coraggio di chiarire; i perdoni non chiesti, i grazie non detti, l’affetto, l’amicizia, l’amore non ricevuti e non dati, diventano dei macigni,  l’orgoglio si trasforma in un muro di indifferenza e di cinismo. E poi c’è il tempo passato, la nostalgia per quello che  si è avuto, per quello che non si è avuto e per quello che si è solo desiderato, e quelle fotografie in bianco e nero da guardare e riguardare, da far vedere agli altri, per raccontare che prima anche tu eri giovane, eri bello “e invece guarda adesso come sono ridotto…” e da sistemare intorno allo specchio, così che ogni volta che ti ci avvicini puoi constatare, con dolore, i segni del passaggio del tempo. Così si può guardare a chi è giovane e  si sta costruendo il futuro con un filo di sottile, malcelata invidia, e si vivono delle impennate di gioventù che portano una serie di disastri, dalle mamme nonne in poi.  Tutto un universo di sofferenza radicato nel viso, negli occhi, nel cuore che ti rendono ancora più difficile guardare negli occhi di chi ha già paura di vedere in te quello che sarà.

Quando invece la maturità è accettata e vissuta con serenità, perché fase naturale di un percorso di vita e non ingiustizia,  con tutti i limiti e le debolezze che porta con sè, allora è un dono, per tutti, perché diventa una risorsa, una fonte inesauribile di bellezza a cui attingere, e per cui ringraziare.  Diventi testimone della storia viva, quella che solo chi c’era sa raccontare, mischiando l’emozione alla fierezza: la piena del Tevere a Roma nel 1939 quando si poteva toccare l’acqua con la mano, altro che la piena di due anni fa; la guerra, i bombardamenti, i cibi razionati  e la cioccolata che era un sogno, le corse per scappare e quelle per salvare dalla distruzione; il fidanzamento  e il matrimonio in casa, il colore del vestito del primo appuntamento, le olimpiadi del ’60 e “quanta neve venne giù nell’inverno del 1954, quando eravamo appena sposati”.   E poi lo sbarco sulla Luna e l’immagine tenerissima di quel nonno ( mai conosciuto) che, nato alla fine dell’Ottocento, si è commosso di stupore ed emozione assistendo alla cronaca dell’evento. La vecchiaia diventa un’opera d’arte quando matura all’interno di una vita piena,  in cui viene dato valore alla bellezza delle esperienze vissute ma anche alla fatica, alla sofferenza, ai dolori che ci sono stati, senza nasconderli ma senza esasperarli,  quando non si passano tutti i momenti a spiegare al Signore come e quando si vuole essere chiamati al ritiro, nonostante la stanchezza di vivere, ma si vive ogni giorno con pazienza e fiducia in chi te lo ha regalato, e con ancora un lume di interesse  e di curiosità tutta speciale per il mondo che ti circonda.

Puoi insegnare agli altri il buono e il bello perché li hai sperimentati, puoi trasmettere il gusto per alcune piccole cose di cui nessuno parla più ( ad esempio il Bon Ton da Teatro dell’Opera, un meraviglioso mix  di eleganza femminile e signorilità che ho imparato semplicemente osservando una delle mie zie ottuagenarie), puoi capire al volo il valore di certi cambiamenti, perché ci sei passato, hai la lungimiranza per comprendere quali cose vale la pena ascoltare e quali no, quali cose vale la pena dire e quali no. Se poi nel tempo della tua vita non  ti sei limitato nell’ affidare tutto nelle mani di Lui, allora diventi ancora di più un testimone: sei testimone vivente dell’amore di Dio, della misericordia, della grazia, e di quella cura speciale che Egli riserva a chi si affida a Lui, e diventi esempio di fede e speranza, trasparendo di una luce di cui tutti vorremmo essere portatori. Perché quando sei stato abituato ad affidare tutta la vita nelle mani di chi ne sa molto più di te, anche la vecchiaia fa meno paura.

E’ così che il confronto con le nuove generazioni diventa fecondo e può portare frutti di bene e una crescita immensa del cuore, e puo’ illuminare  i pomeriggi passati davanti ad una tazza di tè, o a “quell’acqua minerale tanto buffa”, che tu sai  benissimo essere una banalissima Sprite, ma che, descritta così, assume tutto un altro sapore.

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8 thoughts on “De Senectute

  1. Meravigliosa riflessione, scritta con garbo e poesia, ma sfacciatamente realistica e vera.
    Grazie Elena, hai un talento straordinario (forse più di uno) e quindi un compito. Continua a scrivere e a vivere con questa tensione.
    Grazie, grazie di cuore!

  2. Pingback: Sarà vero… | Seme di salute

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