Il centro della crisi

Doverosa premessa ad un post che sarà nostalgico come mai prima: sono una privilegiata.

Abito nel centro storico di  Roma, a due passi da piazza Navona, a cinque da Pantheon, a pochi di più dal Foro e dal Colosseo; circondata dalla storia, dall’arte, dalla bellezza di una città che affascina e abbraccia chiunque ci metta piede.  Essendo nata e cresciuta qui, posso bullarmi con gli amici, raccontando con un certo orgoglio di quando per andare a scuola passavo attraverso Piazza Navona deserta e illuminata solo da un pallido raggio di sole, uno spettacolo eccezionale riservato solo a pochi persone (il fatto che all’epoca ci passassi correndo perché ero già in super ritardo, e con il pensiero rivolto più che altro al compito in classe di greco alla prima ora, è un dettaglio). Essendo nata e cresciuta qui posso permettermi una certa confidenza con certe strade e certi monumenti, perché “sai, io da piccola qui ci venivo a giocare la domenica”, conosco  vicoli ignoti ai più, e mi accorgo di guardare con un malcelato distacco quelli che non sanno dove sta fontana di Trevi. (Non dite a nessuno che in realtà ogni tanto mi perdo, che non mi ricordo la successione dei ponti su Lungotevere, o che spesso imbocco i vicoli a caso: non è mancanza di orientamento, ma fiducia, perché prima o poi queste strade porteranno da qualche parte. E poi si sa che quando sei sola in giro queste cose non contano, e quando sei in compagnia puoi sempre dissimulare il completo disorientamento e tenere quella frase “ah, allora questa strada porta qui!” solo per te.)

Essendo nata e cresciuta qui, infine,  posso permettermi anche di dare del tu a certi negozianti che mi conoscono da sempre, che hanno assistito alle vicende della mia famiglia, e seguito da lontano certi momenti della vita; quelli che quando entri nel loro negozio per comprare un francobollo ti salutano, ti chiedono come stai, come va la giornata, e trasformano ogni commissione in un piacevole momento di socializzazione. O almeno prima succedeva così, adesso (a parte rare e preziose eccezioni!) accade molto meno di frequente.

Si può essere tristi per la chiusura di una panetteria, di un bar, di una salumeria ( “un pizzicarolo”, per dirla alla romana)?. Evidentemente sì, perché questa è la sensazione che provo ogni volta che vengo a sapere di un altro negozio della zona che non ce la fa. Affitti troppo alti, scarse rendite, clientela dimezzata dalla crisi o fagocitata dalle catene: i negozi chiudono tutti per le stesse ragioni. E’ successo al fornaio, che da bambina mi regalava una caramella quando prendevo un bel voto a scuola, alla tabaccheria, allo storico negozio di tessuti, al ristorante dove festeggiavamo gli eventi importanti. Tutti chiusi e sostituiti da negozi di souvenir – con armature rigorosamente romane e maschere rigorosamente veneziane, ma rigorosamente gestiti da cinesi – da illustri catene dell’abbigliamento, dell’intimo, dell’elettronica, da gelaterie deserte ad ogni ora e da innumerevoli, infiniti, ripetitivi pub e wine bar o, addirittura,  da curiosi negozi di  maglie di cachemire (perché si sa,  c’è la crisi,  non c’è lavoro, la gente non arriva alla fine del mese, però l’aperitivo è irrinunciabile, e il maglione di cachemire è un bene di prima necessità). Peggio ancora,  alcuni sono rimasti inesorabilmente serrati, con  le vetrine oscurate e la posta buttata per terra ad accumulare polvere. Se ne vedono sempre di più ridotti così, vuoti, abbandonati, segno di desolazione e specchio del  momento storico che viviamo. Qui ci starebbe proprio bene una brillante rassegna sugli effetti della crisi economica, sui soldi che mancano, sull’aumento dei prezzi e il calo dei consumi; non voglio sprecare forze e risorse preziose,  e perciò la  risparmierò, a me e a voi.

Qualche giorno fa l’ultima notizia: anche l’insospettabile  Libreria Croce, presente del 1945 a Corso Vittorio Emanuele e divenuta nel tempo un importante centro culturale, è sull’orlo della chiusura. Il Corriere della Sera titolava ieri “Addio alla libreria Croce, <<Stritolati dalle  grandi catene>>”, ulteriore conferma di un sospetto sorto nei clienti affezionati dopo una serie di e-mail che annunciavano sconti sempre più vantaggiosi su tutta la merce. Così un altro punto di riferimento nel quartiere se ne va.

Conosco la libreria da sempre: mi ricordo quando fissavo la moquette blu che tappezzava pavimenti e pareti mentre facevamo la fila per prendere i libri di scuola, mi ricordo il titolare burbero, e certi commessi che non erano proprio la simpatia fatta persona, ma  anche le vetrine grandi che ti accompagnavano all’interno, le ore passate lì con mio padre solo a guardare e sfogliare i libri, e le file di notte con mia sorella per comprare gli ultimi volumi di Harry Potter.   Dopo il cambio di gestione qualche anno fa ricordo le interessanti conversazioni alla cassa con un simpatico libraio devoto di Nennolina,  gli sconti fedeltà immediati – non cumulativi! – e la risposta, unica, semplice e straordinariamente cortese, quella volta che provai ad inviare il mio curriculum.  E’ vero, confesso che negli ultimi tempi mi sono lasciata sedurre dalla maestosità delle grandi catene  e dalla enormi possibilità di scelte che permettono, ma tornando a casa l’insegna “Libreria Croce” ha continuato ad avere sempre un non so che di rassicurante.

Sull’onda dell’emozione per quanto letto sul Corriere ci sono rientrata ieri, e l’ho girata tutta per un’ora: ho apprezzato la mancanza di musica assordante, di calca davanti agli scaffali e alle casse, le indicazioni chiare delle sezioni e i libri correttamente suddivisi. Ho sentito ben due telefonate del libraio che si scusava personalmente per un disguido in una consegna – in una catena sospetto  che avrebbero mandato un sms – . Ho visto anche interi locali vuoti, scaffali già staccati dal muro, libri accatastati da una parte e altri soli a reggere il peso di un’intera parete vuota. E tante persone che chiedevano con preoccupazione la stessa cosa: <<Ma è proprio vero che chiudete?>>.

Si può essere tristi anche per una libreria che chiude. Me lo dice il senso di malinconia per tutti quei libri  che ho lasciato lì ancora da leggere, per quei manuali di fotografia ancora da sfogliare, per quelle guide turistiche di posti ancora da esplorare, e quel profumo di carta stampata che nelle grandi catene passa quasi in secondo piano. Me lo ricorda anche un film, “C’è posta per te”, che racconta proprio la concorrenza tra  una piccola libreria e una grande catena, attraverso la storia d’amore tra Meg Ryan e Tom Hanks. La prima alla fine soccombe, e la scena in cui lei chiude definitivamente la saracinesca lascia trasparire proprio questa tristezza, immortalata da una frase che faccio mia oggi: ” qualche sciocco penserà che è un tributo da pagare a questa città il fatto che ti cambi continuamente sotto gli occhi in modo  tale che non ci puoi mai contare”.  E’ vero, anche questa città ci cambia in continuazione sotto gli occhi; ma è vero anche che su Roma si può contare , e basta respirare e guardare alla sua storia per capirlo. Ma contare una città vuol dire anche avere familiarità con certi luoghi e certe persone,  avere alcuni punti di riferimento personali e conosciuti, che rendono il quartiere in cui vivi un po’ più tuo, e ti permettono di viverci dentro, di fare esperienza dell’umanità che lo popola, e di essere pure felice. Avvolti  come siamo in una continua necessità di cambiamento, tutto questo spesso ci manca.

In “C’è posta per te” il lieto fine nella storia dei protagonisti lascia ben sperare anche per le sorti della piccola libreria. Qui non siamo in un film, e quindi bisogna aspettare e sperare in un aiuto del Comune, che pare se ne stia interessando, e nel movimento della gente, dei clienti, degli appassionati.  Il mio amato San Filippo Neri, che usava dire “ tristezza e malinconia fuori da casa mia!”, mi perdoni per questa botta di tristezza tutta romana.  E anche voi.

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2 thoughts on “Il centro della crisi

  1. Che tuffo al cuore questa tua tenera passione per i libri, librerie e librai veri… mi fa tornare alla mente il mio sogno giovanile (mai sopito) di avere un giorno una libreria tutta mia, che venda solo libri e sia un luogo dove ci si possa ancora incontrare e parlare di tutto…
    Ti farò sapere!
    Tu intanto continua scrivere che è bello leggerti…
    Buon tutto !!

  2. E’ proprio vero che a Roma non si rischia di perdersi nemmeno volendo, si arriva a destinazione (o vicino) quasi per miracolo… mi dispiace per la Croce, e per tutte le librerie (e panetterie, e bar, e drogherie, e chi più ne ha più ne metta) che faranno, stanno facendo o rischiano di fare la stessa fine.
    Non so che altro dire… sic.

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