Metti una sera in discoteca

Per certe cose bisogna essere preparati. Non parlo della preparazione per affrontare i momenti decisivi della vita, ma di quella preparazione di base, minima, legata alle faccende più spicciole, più semplici, agli avvenimenti più normali della vita di ogni persona.

La lavastoviglie, ad esempio, può diventare un bunker dove collocare vettovaglie per un esercito, se hai imparato bene dove e come collocare piatti e bicchieri, e in che perfetta angolazione sistemare le pentole e le padelle in modo tale che riducano il loro volume. Se hai un appuntamento alle 19.30, e alle 19.25 sei ancora ad asciugarti i capelli, in tuta, avrai forse già capito di aver calcolato male i tempi, e con l’esperienza sai che sfrutterai quei due  mesi di palestra accumulati negli anni  per correre i duemila metri ad ostacoli –  con i capelli perfettamente pettinati! – e cercare di arrivare con (solo!) un quarto d’ora di ritardo.

Allo stesso modo, anche per fare una cosa apparentemente semplice come andare in discoteca, occorre prepararsi. E ci vuole una preparazione multilivello, fisica, psicologica, strutturale.

Devi essere allenato fisicamente per affrontare una serata  che inizia,  per dirla alla Marzullo, “quando un giorno è appena finito e un nuovo giorno è appena cominciato”, una serata in cui dovrai muoverti, respirare, parlare in  uno spazio medio di 5 centimetri; dovrai esercitarti a sviluppare doti di equilibrismo notevoli per far stare nei cinque centimetri, e nelle due sole mani che ti sono state date, un piatto, una forchetta, un tovagliolo, un bicchiere, e contemporaneamente mangiare anche il contenuto del suddetto piatto; i tavoli, scordateveli, occupano spazio e impediscono alla gente di ballare. Perché in discoteca ovviamente si balla, o almeno ci si prova: dati gli ovvi problemi di spazio di cui sopra, però, sarà solo la testa a muoversi a tempo di musica, o semplicemente seguendo il movimento delle altre teste; poi tu puoi muovere quanto vuoi braccia e gambe, ma non se ne accorge nessuno. E anche per questo devi essere allenato, altrimenti il torcicollo e i dolori alla schiena si sprecano.

Le donne sono allenate da anni di pratica a camminare sui tacchi, e a muoversi con disinvoltura in un mare di gente;  il 99% della popolazione femminile da discoteca, infatti,  viaggia su tacchi vertiginosi, che suscitano l’ammirazione di quell’1%, rappresentato da chi, come me, appartiene al gruppo “vuoi mettere quanto è più comodo…?”.  Spero sempre che abbiano le scarpe da ginnastica nascoste da qualche parte, ma pare di no, dato che le borse  che hanno sono minuscole, uno schiaffo morale ai  borsoni da palestra di noi “donne – lumache”, che ci portiamo dietro tutta la casa (io per esempio in borsa ho una bustina di camomilla, caso mai possa servire).

Già, l’abbigliamento. Anche in questo devi essere un minimo preparato: le discoteche, infatti, sono universi paralleli in cui le stagioni vanno al contrario. Se fuori nevica, dentro trovi la temperatura tropicale, se fuori  fanno 40 gradi, dentro avrai il Polo nord. C’è il rischio di shock termici, se non hai studiato l’abbigliamento opportuno: per l’inverno, ad esempio,  si consiglia la vecchia tecnica della cipolla multistrato, che ti permette di trasformarti da palombaro (giaccone, sciarpa, guanti da neve, passamontagna e, nel caso dei motociclisti come me, il  casco) alla regina dei tropici.

Devi sviluppare poi la vista e l’udito, perché, tra il fumo e le luci basse, non vedi, e con la musica alta, non senti, quasi nulla. Infine, se preparato adeguatamente, non corri il rischio di spaventarti quando all’improvviso vedi una dentiera brillante che si muove verso di te, o una camicia bianca che cammina da sola nel buio della sala: le discoteche hanno le luci fluorescenti che esaltano i toni bianchi e scuriscono tutto il resto, perciò il fenomeno di denti e indumenti che sembrano viaggiare nel nulla; allo stesso modo, nessuna paura alla vista di vassoi, sorretti da una manina invisibile, che fluttuano sopra le teste dei ballerini: sono i camerieri, che cercano di farsi largo tra orde di avventori, e che, nel mare di divertimento, si divertono meno di tutti. Non parliamo dei bagni, e di quelli che si sballano, si ubriacano, e passano le successive ore a stare malissimo: ecco appunto, non ne parliamo.

Una volta preparati a tutto questo, quando la compagnia è buona, la serata in discoteca, alla fine, può essere divertente.

Se invece non sei preparato, ti ritrovi in questi locali con la stessa disinvoltura del pesce fuori dall’ acqua. Il copione, in questo caso, funziona più o meno così: finita la musica ascoltabile – quella  usata per “scaldare la sala” – si tende a cadere in uno stato di noia, accompagnato da una sonnolenza prepotente (io ricordo perfettamente di essermi addormentata così, in una discoteca a Berlino, nel 2001). Per vincere questo stato, e dare un minimo di fiducia a Heater Parisi, che nel 1979 cantava “Disco disco manda via tutta la malinconia”, – in questo caso è la malinconia per il silenzio, la pace, il libro lasciato sul comodino, l’uscita – la cosa più semplice è svegliare la curiosità, osservando le persone intorno a te, come si muovono, come parlano, come sono vestiti. Così puoi vedere passare donne taccute e scollate, fasciate in abiti di lycra, che sfoggiano catene e cinture di ogni foggia e colore, finte spose con velo circondate da amiche che gridano “Sei ancora in tempo a tornare indietro (aiuto!), uomini ultra palestrati, pieni di capelli, sicuri della loro bellezza, tanto da essere cristallizzati in pose plastiche in attesa che qualcuno glielo confermi, dj esaltati e per questo, nella maggior parte dei casi, insopportabili. Quando la noia raggiunge il livello massimo inizia lo studio della disposizione delle luci, dei movimenti acrobatici dei barman, o  il conteggio dei soggetti maschili con la sopracciglia ad “ala di gabbiano”,  che scopri essere sempre presenti in nutrite rappresentanze in questi locali.

Alla fine, mentre sei sempre alla ricerca di qualcuno che indossi scarpe più basse delle tue, e sei arrivata alla trentesima Ave Maria dello stesso mistero, inizi a pensare come guadagnare l’uscita. E qui inizia la parte clou della serata. L’uscita è la vera sfida, perché mentre tu abbandoni il campo,  entrano altre mille persone, e iniziano a muoversi in massa in direzione opposta alla tua. Ti ritrovi così a combattere contro muri umani di gente, a spostare interi gruppi di persone, a intralciare il percorso dei vassoi fluttuanti, cercando di non perdere un talloncino, della grandezza di un francobollo – il lasciapassare, senza il quale rischi di restare bloccato dentro –  e tenendo stretti nella mano la borsa da lumaca, e gli strati dell’abbigliamento a cipolla; il tutto senza entrare nel panico e con lo sguardo fisso verso l’obiettivo: la porta di uscita. Il premio alla fine, arriva: l’aria aperta, i suoni a misura di orecchio, spazio vitale in quantità, temperature adeguate al periodo dell’anno, tutto ti sembra più bello quando sei fuori. Sì, decisamente l’uscita è il pezzo migliore.

Prendetemi pure per matta, ma questo risalire la corrente, andare al contrario rispetto alla folla, camminare con fatica, menando colpi a destra e a sinistra, con lo sguardo rivolto verso un orizzonte  (l’uscita, nel mio caso)  opposto a quello verso cui guardano gli altri (il bancone bar, nel loro caso), mi fa venire in mente la quotidiana avventura del discepolo, il suo cammino faticoso sulla lunga strada…. verso la santità. Certo, l’obiettivo è decisamente diverso, ma sappiamo bene cosa significa quando l’ambita “porta” sembra impossibile da raggiungere, e il banco di gente e di vassoi fluttuanti da superare, insormontabile. L’allenamento non finisce mai, è vero, ma gli esempi a cui guardare non mancano. Io sono fiduciosa: in fondo si sa che il  Maestro del cammino è Buono. E qualcosa mi dice che la musica, una volta arrivati alla meta finale, sia…celestiale.

Annunci

5 thoughts on “Metti una sera in discoteca

  1. Non ho mai amato la discoteca, ci sono andato poche volte in vita mia e dall’ultima sono ormai passati vent’anni; detto questo devo dire che anche per me il momento dell’uscita ed il contatto con l’aria fresca dell’esterno rappresentavano una sorta di liberazione che dava un certo senso di benessere.

    Un saluto

  2. Cara Elena,
    geniale la similitudine con cui termini il tuo articolo.
    Mi hai fatto sperimentare per empatia la tua metanoia verso l’uscita (anch’io non vedevo l’ora che uscissi…). Ma una domanda sorge spontanea: “perché ci sei andata?”

    • Caro Mario, il post nasce dalla somma di vari anni di esperienza in serate simili: da ragazzina ci andavo perché ci andavano gli altri, ma già avevo capito che non erano posti per me….poi varie serate durante l’estate, o in occasione di compleanni o feste di cari amici, momenti in cui, per affetto, metti da parte la tua diffidenza e vai. Sempre con fatica. Ricordo invece con enorme piacere serate in cui abbiamo improvvisato i balli con gli amici, in locali meno affollati, meno alla moda e con musica scelta…da noi!

      • Anche a me piacerebbe ballare (anche se sono negato) mentre a mia moglie no.
        E comunque anch’io nella mia giovinezza preferivo ritrovarmi con poche amiche ed amici in casa o in un garage e improvvisarmi (con un certo successo e piacere) in un agile ballerino di rock & roll…
        Ora è solo un ricordo che condivido con le mie figlie che non credono ai miei racconti… ma è tutto vero.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...