Diffidare delle imitazioni

Dopo la Verità, viene la Gioia.

Mancano otto giorni al Natale, otto precisi.  Lucine nelle strade, addobbi colorati, Babbi Natali attaccati alle finestre. E poi  le vetrine allestite con nastri e pacchetti, gli alberelli  innevati, gli omini di zenzero, lo zucchero filato, e tutte quelle simpatiche musichette nei negozi.

“A Natale siamo tutti più buoni”, “Natale è la stagione del perdono”, “Almeno a Natale lasciamo dietro le spalle i rancori”. Ne siamo proprio sicuri? No, perché basta girarsi intorno, sentire le persone che raccontano le difficoltà quotidiane, i rancori, le diffidenze, o aprire il giornale  e leggere della crisi, della nuova strage in Egitto, o delle sparatorie nel centro delle città, per rendersi conto che tutti questi buoni propositi non sono proprio stati capiti. Di gioioso e buono, in questo periodo c’è molto poco, e sembra che l’ isola felice del Natale sia, per gran parte della popolazione che ha superato da tempo l’infanzia e la prima adolescenza, scomparsa dai radar, o comunque molto appannata. E la magia, che fine ha fatto?Stai vedere che è  tutta un’enorme finzione…..

Sì, la magia in fondo è un trucco. Ti stupisce vedere un gioco di prestigio, e l’abilità del mago è affascinante, ma dietro ogni magia c’è un gioco, un’illusione, un inganno, più o meno facile da scoprire. Parlare così della magia del Natale è un po’ come dire che quello che viviamo in questo periodo è un bluff, una fragilissima bolla di sapone di bontà, buoni sentimenti e dolcezze smielate, destinata a svanire in pochi giorni.

E invece il Natale che festeggiamo non è una magia. Festeggiamo un evento preciso, che coinvolge le vite e le storie delle persone nel corso dei secoli, e che ogni anno attendiamo, più o meno vigilanti.

“Rallegrati, Figlia di Sion, ed esulta figlia di Gerusalemme, ecco verrà il nostro Signore, e in quel giorno vi sarà una grande luce, e i monti stilleranno dolcezza, dai colli stillerà latte e miele….” Cantiamo così in questi giorni nella novena di Natale, e poi, sotto l’albero, qualcuno di noi canterà anche “Nella notte santa, il cuore esulta d’amor: è Natale ancor…”. Gioia e allegria, luce, dolcezza, latte e miele: siamo fuori di testa, oppure c’è effettivamente una felicità nel Natale vera, concreta, e, magari, piena? E dove la troviamo, se possiamo trovarla?

Escludendo la televisione e i giornali, i film sdolcinati di Natale e le lucine degli alberi finti, le palline luccicose attaccate alle vetrine, i Babbi Natali impiccati alle finestre, e le Befane che ballano al battito delle mani, esclusi pure i cd delle musiche di Natale, e i negozi traboccanti di gente, dove la cerchiamo questa gioia di cui si parla?

Io proverei a cercarla nella capanna. Non l’avete vista? E’ lì, in chiesa, in fondo alla navata, oppure nel mercatino in piazza, alla bancarella di sinistra, nascosta dal muschio, tra le statuette dei giocatori di carte semoventi, e il fiumiciattolo che fa l’acqua vera. C’è una madre, un padre, un bambino appena nato, e un gruppo di pastori, avvertiti – come ci racconta l’accurato cronista Luca (Lc. 2, 8-20) – all’improvviso dall’annuncio della nascita di un re,  e arrivati lì, senza indugio: sono pastori, vanno al sodo, invece di perdere tempo a dubitare, sono andati a vedere se era vera “la grande gioia per tutto il popolo” ; sono tornati, “glorificando e lodando Dio, per tutto quello che avevano udito e visto, com’ era stato detto loro”. Ci sono perfino i re dell’Oriente, arrivati al seguito di una stella: solo a vederla, scrive Matteo (Mt. 2,9 – 12), “provarono una gioia grandissima”, e una volta davanti al bambino, si sono prostrati per adorarlo.

Strani comportamenti, certo,  incredibili se volete, ma poco magici. La nascita di questo bambino porta con sé  una gioia grande, che è per tutti, dai pastori ai re dell’Oriente, dagli ignoranti ai sapienti. E’ una gioia concreta,  come i gesti che  il bambino compirà da grande, come la sua agonia, la sua crocifissione e la sua morte. Come la sua Resurrezione. Il punto è: crediamo che l’arrivo di questo bambino rinnova tutto,  che porta quei doni di felicità, dolcezza,  bellezza, latte e miele, che non passano? Ci crediamo davvero che il mondo cambia con la nascita di Gesù, tanto da considerarlo il punto di svolta nella storia dell’umanità?

La nascita di Gesù è l’evento di questi giorni, non ha imitazioni possibili: sulla fede in questo si gioca il significato vero del Natale. Senza capire e accogliere la gioia di questa nascita, e il progetto di salvezza che disegna per ogni uomo, così indissolubilmente legato alla sofferenza della croce, diventa ancora più difficile parlare ed essere testimoni di altre felicità, e del Natale  fatto di bontà, perdono, e serenità, a chi ha perso tutto, a chi assiste un malato in ospedale, a chi soffre lontano dai suoi cari, a chi una famiglia, una casa, non ce l’ha, ed è abituato a soffrire nell’indifferenza, a chi l’atmosfera natalizia la manda giù come la più amara delle pillole, magari bagnandola con un mare di lacrime. Non possiamo essere testimoni della Gioia del Natale, se noi per primi non la sperimentiamo, non ci facciamo abbracciare da questo bambino, non scostiamo il muschio, la neve finta e le perline per guardare nella capanna. Ovviamente siamo liberi di non farlo, e di non crederci, ma dobbiamo essere consapevoli di divenire così solo testimoni di bellezza limitata, di una gioia che manca di pienezza, e portatori della fatica di dover essere felici, buoni, coccolosi e caramellati. A modo loro, e con le dovute limitazioni, hanno provato a ricordarselo anche nella serie televisiva “Glee” – non esattamente un programma da catechismo –  che alla fine della puntata di Natale tutta frizzi e ammiccamenti,  da far venire un’orticaria istantanea, ha fatto esordire un provvidenziale personaggio, lettore davanti a tutti del vangelo di Luca.  Perché Gesù è nato in una mangiatoia,  e può nascere ovunque: in una seria televisiva, sotto un ponte, in una stanza di ospedale, in un rifugio per senzatetto, nel castello, nel villone, nel monolocale, nel freddo della strada e in quello dei cuori. Basta lasciargli lo spazio e la possibilità di entrare. In tutti questi posti, quando e se viene accolto, rinnova e trasforma ogni cosa.

Impariamo dai pastori, diffidiamo delle imitazioni, e muoviamoci senza indugio per vedere l’avvenimento che il Signore ci fa conoscere. Non solo per assaporare il vero senso del Natale, ma anche per ricevere molto altro dopo: “Proteggimi o Dio, in te mi rifugio. Ho detto a Dio sei tu il mio Signore, senza di te non ho alcun bene[…] mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena nella tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra”, recita il salmo 15. Il sentiero della vita, la gioia piena, la dolcezza: anche qui non c’è trucco, non c’è magia, ma lo scopo e i desideri di una vita sì.  Anche per questo non possiamo accontentarci delle imitazioni.

 

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