La Famiglia

A vederli sembra tutto così facile. Una mamma, un papà, un bambino appena nato: certo, una capanna non è confortevole come una casa, non è calda, non è accogliente, e sicuramente un bue e un asino come termosifoni non saranno il massimo; anche avere intorno all’improvviso così tante persone sconosciute, per lo più pastori con i loro greggi, o gente venuta dai villaggi vicini, dopo aver sopportato la fatica di un viaggio, la ricerca di un posto dove fermarsi,  e i dolori e l’emozione di un parto, con tutta la preoccupazione di dare calore, nutrimento e sicurezza ad un neonato, non deve essere semplice….eppure nessuno sembra essere addolorato, nessuno è triste, e anzi, il bambino stesso apre le braccine, come a voler accogliere tutti quelli che sono davanti a lui, e i pastori sembrano volerlo ringraziare avvicinando a lui e a i suoi genitori doni di ogni tipo. Una strana foto di famiglia.

A pensarci bene, di facile non c’è molto nella storia di questa famiglia, che conosciamo dai racconti di Luca e Matteo: in viaggio da Nazaret verso Betlemme per il censimento, si sono ritrovati a far nascere il bambino nella grotta perché per la madre si erano compiuti i giorni del parto e non avevano trovato posto nell’albergo. Il padre, Giuseppe, era  falegname, mica re o imperatore. La notizia dell’arrivo del bambino deve essere stata una cannonata per lui: sua moglie , Maria, prima ancora che si sposassero è rimasta incinta “ per opera dello Spirito Santo”;  da promesso sposo avrebbe potuto ripudiarla, e non credere ad una parola di quello che gli aveva confidato lei, né tantomeno a quel sogno così strano in cui addirittura era comparso un angelo per rassicurarlo sulla sua sincerità; e invece lui, uomo giusto, e buono, ha creduto, ha detto sì, ha accolto la madre e il bambino, creando così da subito una famiglia.

Della madre, Maria, si sa che era molto giovane, e che pochi mesi prima nel silenzio della sua casa ha ricevuto un annuncio sconvolgente, a cui aveva risposto “Eccomi”. Divenuta moglie e madre, ha visto tante persone adorare il suo bambino, e parlarne come di un re, e li ha guardarti stupita, e preoccupata, magari  volgendo lo sguardo anche Giuseppe con lo stesso stupore, e ha scelto di custodire tutto quello è sfuggito alla sua comprensione nel silenzio del cuore.

E il Figlio. Piccolo, indifeso,  la sua nascita  è stata annunciata dai profeti, e dagli angeli in festa ai pastori che erano di veglia vicino alla capanna, e una scia luminosa ha guidato perfino i Re dell’Oriente a visitarlo. Certo, conosciamo tutta la sua vita, sappiamo  della sua morte e della sua Resurrezione, da grande, ma  nell’immagine che abbiamo davanti, appena nato nel freddo della mangiatoia, vicino a sua madre, non sembra diverso da ogni altro bambino.

Dopo questa nascita restano poche notizie ancora di questa famiglia: sappiamo che è salita al tempio, e che il bambino  è stato circonciso; sappiamo di una fuga in Egitto, del ritorno a Nazaret, dopo la morte del re Erode che voleva uccidere il bambino. Poi più nulla. Il silenzio è calato all’improvviso sulla vita quotidiana di questa famiglia, le sue prove, le sue difficoltà, le sue gioie. E qundi possiamo andare avanti solo con l’ immaginazione, pensando alla vita quotidiana delle nostre, di famiglie. Perché, per dirla come Checco Zalone nel film “Cado dalla nubi” , magari <<anche nella famiglia di Nazaret stavano i problemi, mica ce li avete solo voi>>.

Giuseppe, ad esempio, avrà vissuto le difficoltà del capo famiglia: la casa, il lavoro, provvedere alla moglie e al figlio,  proteggerli e difenderli, e non far mancare nulla. Chissà come sarà stato stanco alla fine della giornata, e quante volte sarà rimasto sveglio a cullare il figlio, o preoccupato per lui e per sua madre. Chissà se e quanto avrà dovuto combattere contro le tentazioni del demonio, contro quel sussurro mellifluo “non ce la fai, non sei adatto, non riesci” all’orecchio, accompagnato dalle immagini tremende di una vita sprecata, dei sogni di una vita serena buttati per un figlio mai completamente suo; chissà se si sarà arrabbiato, se avrà pianto, se avrà ricevuto su si sé quegli sguardi di giudizio che solo le persone pettegole sanno dare, se avrà avuto degli amici fidati con cui parlare. Quanto avrà amato questo figlio, arrivato nel modo più inaspettato, quanto lo avrà voluto proteggere, con la preoccupazione di morire per primo, e lasciare da soli lui e sua madre, o di morire dopo Maria, e restare lui da solo, senza il sostegno della sua sposa.

E Maria? Che amore avrà avuto per  Giuseppe, che ha abbracciato insieme a lei quella  nuova vita! Quante volte si saranno guardati , confortati nei momenti di difficoltà, avranno riso e scherzato tra loro, o si saranno commossi vedendo il bambino crescere e scoprire il mondo intorno a lui. Quante volte il pensiero di entrambi sarà andato alla profezia di Simeone, all’immagine di quella spada che avrebbe trafitto l’anima di lei, e quanto, al momento della morte di Giuseppe, l’ idea stessa di quella ferita da ricevere sola, senza il conforto della sposo, avrà iniziato a fare male. Lei, così giovane, ha accolto da subito il figlio per proteggerlo, custodirlo, educarlo; lei da quell’Eccomi è divenuta madre di Gesù, il Messia atteso dalle genti, il Figlio di Dio fatto uomo,  e neonato tra le sue braccia, da nutrire al seno, da abbracciare, da cullare, da curare, da continuare ad accogliere ogni giorno.

Già, il Figlio, Gesù. Di lui sappiamo che cresceva e si fortificava: da questo possiamo immaginare che evidentemente  i genitori lo nutrivano, gli insegnavano la buone maniere, lo educavano al rispetto per la tradizione e la storia del suo popolo. Luca ci racconta che a dodici anni è scappato dal controllo dei genitori,  ed è stato ritrovato dopo due giorni tra i dottori della legge, tranquillo e sereno. Chissà quante volte, in preda alla curiosità  tipica dei bambini, si sarà intrufolato nella bottega di Giuseppe, maneggiando i grossi arnesi da falegname: magari si sarà ferito le mani, e suo padre lo avrà consolato, o sgridato, e gli avrà spiegato con calma come lavorare il legno. Nessuno ci può dire se sia stato un bambino ordinato, di quelli che si rifanno il letto tutte le mattine,  né se abbia mangiato sempre tutto quello che aveva nel piatto. Avrà avuto la febbre alta o il maldipancia, sarà stato curato con amore, si sarà addormentato tra le braccia di Maria, sarà caduto imparando a camminare o  si sarà sbucciato un ginocchio arrampicandosi su un albero o correndo veloce, o giocando. Quante volte avrà provato l’emozione dell’abbraccio di sua madre e suo padre dopo un grande spavento, o un temporale, o un brutto sogno, e quante volte i genitori lo avranno accolto, consolato,  avranno asciugato le sue lacrime, e magari – esagero? – lo avranno sgridato.  Avrà sofferto lui, il figlio di Dio,  nel vedere suo padre  in terra invecchiare, e ammalarsi? E dopo la sua morte, lui, il figlio di Dio, avrà percepito la sua mancanza nei gesti semplici di ogni giorno?

Magari sto esagerando con tutti questi “chissà”, e magari no: quello che è certo è che Gesù, vero Dio e vero uomo, che ha condiviso la condizione umana in tutto , tranne che nel peccato, (Eb 4,15) è stato un bambino vero, inserito in una famiglia vera. E’ commovente pensare che il  Salvatore del mondo, realizzazione del progetto di salvezza  dell’umanità mandato da Dio Padre, sia stato amorevolmente custodito e protetto tra la mura di una casa, nell’intimità del focolare,  nell’amore tra due sposi, uniti nella condivisione delle gioie e delle sofferenza quotidiane. Non un Dio  calato dall’alto all’improvviso, ma nato, e poi cresciuto, curato, ed educato da una mamma e da un papà.  Niente di più semplice.

Giuseppe, Maria e Gesù sono la Famiglia, il modello di tutte le famiglie, perché hanno vissuto la vita così piccola, così semplice, e così complessa di tutte le famiglie, in ogni tempo. E sono la Santa Famiglia, perché hanno accolto fisicamente il Figlio di Dio, il tre volte Santo, ma  anche perché ancora prima ciascun membro ha accolto nel cuore il disegno voluto da Dio: sia Maria che Giuseppe hanno risposto sì agli angeli che si sono presentati a loro, e hanno continuato a ripeterlo ogni giorno della vita insieme, come sposi e genitori di Gesù.

Il 30 dicembre abbiamo celebrato la festa di questa Santa Famiglia, di cui abbiamo chiara l’immagine in questi giorni, nel presepio. Poche settimane ancora e “la fotografia di famiglia” del presepio verrà riposta negli scatoloni, per essere tirata fuori il prossimo Natale.  Sarebbe un buon proposito per l’anno nuovo toglierla  sì dal ripiano della libreria, dove rischia di prendere polvere o di cadere, ma non dal cuore e dall’orizzonte di ogni famiglia. Così  sarà più facile rivolgerle il pensiero con fiducia quando il demonio morde e  il mondo minaccia, quando i figli piangono, criticano, stanno male o non studiano, quando le  madri e i padri pensano di aver sprecato al propria vita e si lamentano di ogni cosa, e quando di vita ne arriva un’altra, inaspettata, e rinnovare quell’Eccomi sembra la cosa più difficile, ma anche la più naturale,  da fare. Guardando alla semplicità della Santa Famiglia, possiamo arrivare a comprendere tutte quelle cose che anche noi custodiamo nel cuore, a sbrogliare un po’ di complicatezze della nostra vita, e a dire sì al progetto di vita pensato per noi, per proseguire nel cammino di santità.

Il torrente con l’acqua vera, il pollaio, e la pastorella con la brocca d’acqua, si possono riporre senza problemi. Basta lasciare accesa la capanna.

Buon Anno Nuovo a tutti. E grazie, di cuore.

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2 thoughts on “La Famiglia

  1. Buon anno a te.

    Mi tocca molto il pensiero (che non trovo affatto esagerato) di Gesù che soffre vedendo Giuseppe invecchiare e morire. Grazie.

  2. Ciao Elena, innanzitutto buon anno! e poi un grazie per le tue parole scritte!!! Ti ringrazio perché ricevere l’annuncio della “buona notizia” dell’amore di Dio mi dona sempre nuovo vigore e tanta gioia… perché troppe volte io dimentico!
    Ho ricevuto in dono un audiolibro di Erri De Luca, che s’intitola “Nel nome della madre”, semplicemente stupendo e il tuo post me l’ha ricordato. Con affetto, L.

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