Il fattore “L”

 

Ci casco tutte le volte. Non basta prepararmi giorni e giorni prima, immaginarmi la scena in testa mille volte per abituarmi, e ripetermi che, in fondo, non è mica la prima volta. Niente da fare: quando vedo la macchina andare via, mia sorella che mi saluta con la mano e il piccolo seduto sul seggiolino con il ciuccio e il peluche preferito, o peggio ancora quando il treno si allontana lento dalla stazione, e io sto rimango lì ferma sulla banchina, loro tornano.

Sono quelle antipatiche punture di spilli sotto le palpebre, quelle sferzate di vento improvvise che, guarda caso, mi fanno rabbrividire e riempiono gli occhi di lacrime, è quel “moscerino fastidioso che, casualmente, mi viene a disturbare sempre in questi momenti”. La verità è che piangerei come una fontana, e il motivo per cui non lo faccio è perché ho paura di non smettere più per ore, che sarebbe un bel problema. Alla fine, comunque, eccola lì, la lacrima, che scappa dal recinto delle ciglia e scende giù fiera e coraggiosa: per qualche minuto la capacità di sorridere, o di parlare, è improvvisamente inibita, gli occhi girano altrove fissandosi sulla cartaccia del marciapiede o sulla giuntura della rotaia, la mano corre al viso istantaneamente. Perché in questi casi non ho mai un fazzoletto? Eppure dovrei saperlo, succede sempre.

Prima non era così. Le  cronache raccontano di una persona che  pubblicamente non versava una lacrima nemmeno per sbaglio, per non dare a nessuno l’opportunità di vederla un po’ giù di morale; una che guardava dall’alto in basso le sue simili che scoppiavano a piangere davanti a tutti per un compito in classe andato male, per una frase sbagliata, per un amore finito, o peggio ancora, per un film. Il gioco era trattenere, non mostrare, salvo poi rifugiarsi nel primo bagno di scuola, o attendere la notte, possibilmente in inverno così da chiudersi bene sotto le coperte, pur di non dare a nessuno la possibilità di consolare, di dire una parola buona, o semplicemente di stare lì, vicino, in silenzio.

Poi, grazie a Dio, qualcosa è cambiato, e la forza delle lacrime ha cominciato a vincere sempre più spesso sull’orgoglio, scrivendo a lettere chiare nella mente e nel cuore, che , ogni tanto, capita di commuoversi e piangere, a tutti, indistintamente. Anche a me.

Capita di fronte ai film visti milioni di volte come “Forrest Gump “(come si fa a restare impassibili alla battuta <<Non sono un uomo intelligente, ma so l’amore cosa significa>>?), “Philadelphia”, “ET”, o “Anna dei miracoli”(la scena finale, quando lei comprende che ogni cosa ha un nome) , e i più recenti come “Il discorso del Re”, “Up” e “Wall-e”, fino ad, fino agli insospettabili “Il piccolo Lord” (reggo bene, fino all’ultima inquadratura, con le tre mani che si stringono), e  – confesso – “Toy Story”. Sono volutamente esclusi dalla classifica altri film tipo, “Mission”, “Il pianista” e “Amadeus”, oltre all’inarrivabile “la Passione di Cristo”, perché assolutamente non valutabili.

Capita quando guardi la tua famiglia, le foto dei nonni da giovani, dei genitori da ragazzi, i bambini abbracciati alla mamma, e quelli che piangono disperati per la strada, quando all’improvviso vedi un’immagine di Giovanni Paolo II, o una foto di Charles de Foucauld, o di Chiara Luce Badano, o di Piergiorgio Frassati, con quegli sguardi così limpidi da penetrare nel profondo dell’anima. Capita quando ti senti così libero da voler gridare di gioia, magari percorrendo una discesa in bicicletta, o correndo sotto il cielo di Roma, o accarezzando di scale vorticose la tastiera di un pianoforte, o semplicemente contemplando la bellezza della natura che si apre davanti agli occhi. Quei momenti in cui il cuore è talmente grande che sembra balzare fuori, le lacrime scappano incontrollate perché tenersi dentro tutta la felicità non è possibile.

E poi si piange perché si sta male. Il dolore, la sofferenza, la solitudine, e la paura: in questi casi  il pianto non è una sorpresa, ma la compagnia più amara, l’unico modo per esprimere la rabbia, la disperazione, quell’urlo che non hai voce per tirare fuori, quell’odio sottile che ti fa rabbrividire, e stringere tra i denti parole di cui ti pentirai cinque minuti dopo. Sono queste le lacrime che pesano di più, quelle che sembrano non avere mai fine, quelle che non vorresti, davvero, mai versare.

Spesso, in questi casi, tendiamo ad allontanarci dagli sguardi degli altri, a cercare un posto dove poter sfogare tutto, senza essere visti da nessuno. Perché è difficile condividere la commozione, in un certo senso, è come se facessimo entrare uno sconosciuto in una stanza segreta di casa nostra. Le lacrime sono espressioni di una debolezza, di una sensibilità che ci spaventa un po’, perché ci mette di fronte ad un limite, mette a tacere la parte di noi più dura, più spavalda, più coraggiosa, e ci costringe a mostrare la parte morbida, e  a perdere quella credibilità, la serietà, la forza costruita a mattoni di orgoglio. Mostrarsi deboli significa fallire, in un mondo in cui ognuno si costruisce da solo la sua  armatura di perfezione, senza sbagliare un colpo, e soprattutto senza chiedere niente a nessuno.

La verità è che noi siamo così: imperfetti, assolutamente permeabili, deboli, fragili, ballonzolanti come un budino di gelatina. Basta  un nulla a ferirci, basta un attimo a rattristarci, una frase, un’immagine, un ricordo, un crescendo di note ad effetto a farci stare male, o a farci emozionare. Più teneri del tonno, più fragili della carta velina, come il gorgonzola, siamo davvero autentici quando abbiamo la lacrima. E, per quanto proviamo a mostrare i muscoli, non è vero che ce la facciamo da soli: quando siamo così deboli,  quando ci troviamo con l’armatura aperta, abbiamo bisogno di un abbraccio, di una carezza, o semplicemente di una presenza amorevole, che ci conforti senza cercare la frase ad effetto,  ci guardi con amore,  magari ci sorrida restando in silenzio, accogliendo la nostra fragilità senza giudicarla né deriderla, senza commiserarla e condirla di finta pietà.

In fondo, se il Figlio di Dio stesso si è mostrato piccolo, fragile, indifeso davanti ai nostri occhi, perché noi vogliamo tentare di essere superiori? Nel Vangelo, non si dice che “Gesù scoppiò in una fragorosa  e spavalda risata, che si estese a tutti i presenti”, ma anzi leggiamo di Gesù che prova compassione per le folle che lo seguono, che consola la vedova di Naim (Lc. 7.13), e che al momento della morte dell’amico Lazzaro si commuove profondamente, vedendo la sorella Maria,  e i giudei che erano con lei, piangere, e rimane turbato, fino addirittura a scoppiare lui stesso in pianto, poco prima di recarsi al suo sepolcro (Gv.11, 32-35). Una commozione che avviene sotto gli occhi di tutti, al punto che i Giudei commentano l’affetto che prova per Lazzaro e si chiedono perché non sia arrivato prima(Gv.11. 36).   Se Gesù, il Figlio di Dio Onnipotente, che ha abbracciato pienamente l’umanità, ad esclusione della piaga del peccato, piange davanti a tutti,  e si mostra debole e commosso, allora possiamo dire che  anche noi scopriamo la nostra vera umanità, l’essenza più profonda del nostro essere in vita, proprio quando non ci vergogniamo della nostra fragilità, della nostra commozione, della nostra capacità di emozionarci.  E ci esponiamo alla possibilità di essere visti dagli altri, e magari anche giudicati, senza aver paura, ma forti nella debolezza, solidi nella fragilità, solo perché il Padre sostiene e soccorre.

“Ti basta la mia grazia, la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”, risponde il Signore a S. Paolo,(2Cor.12, 9-10) sottolineando che nel momento in cui vediamo la nostra debolezza, la nostra fragilità, è allora che ci scopriamo davvero Figli, e possiamo più che mai far risplendere in noi il sigillo dell’appartenenza al Padre,  e della sua azione nella nostra vita, fino ad arrivare a dire, come San Paolo, “Quando sono debole è allora che sono forte”.

Ala fine dei tempi “ogni lacrima sarà asciugata dai loro occhi” (Ap. 21.4): possiamo aver fiducia che anche i motivi per cui quelle lacrime sono versate non vengano dimenticati, ma amorevolmente accolti e misericordiosamente perdonati, prima che ogni cosa venga rinnovata.

Siccome però sempre nell’Apocalisse si dice che i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e zolfo (21,8), comincio fin da ora a dire la verità: le lacrime versate per Toy Story non erano colpa dell’allergia.

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