Lettere al tempo dell’Ipad

 

Trentamenouno per “Sposati e sii sottomessa”

Cinque anni fa veniva presentato il principe degli smartphone, quello con la mela per intenderci. Molto più di un telefono: uno strumento che ha spalancato le frontiere della comunicazione, semplificato l’approccio alla telefonia, rivoluzionato il modo di ascoltare la musica, di vivere lo spazio e il tempo e, sospetto, anche il modo di versare il ketchup sulle patatine.

Oggi  siamo circondati di dispositivi “simpatici” ultratecnologici, di telefoni touchscreen, di computer tavoletta, privi di supporti –  tipo la tastiera – considerati ormai superflui. Provate chiedere ad un appassionato di nuove tecnologie come si fa a scrivere su un tablet: non vi risponderà nemmeno, guardandovi come se aveste chiesto quanti nasi ha sulla faccia, e con un colpo di indice tirerà fuori il magico tastierino a scomparsa. Stupore e meraviglia, seguite da improvvisa sensazione di essere rimasta terribilmente indietro. Anche noi arretrati, con taccuino e penna a portata di mano, ci troviamo a contemplare la rivoluzione della scrittura a scomparsa, con un filo di nostalgia.

Certo, la tecnologia ha cambiato la nostra vita e il nostro modo di comunicare, azzerando le distanze,  e ci fa conoscere anche se non ci conosciamo, permettendo di realizzare facilmente tutto quello che state leggendo. L’animo romantico e retrò che è in me non può non pensare però che, immersi in un mare di touchscreen, chat, e -mail , tweet e sms della lunghezza limitata, rischiamo di perdere il fascino della scrittura e , in modo particolare, il fascino delle lettere.

Come sottolineava Viviane Lamarque in un articolo sul Corriere di qualche settimana fa, ci vuole coraggio a riprendere carta e penna, perché scrivere una lettera, un biglietto di auguri, un messaggio qualsiasi, non è semplice come sembra: bisogna trovare le parole giuste per “veicolare il messaggio”, con un occhio alla forma e un altro al destinatario. Tavolino, penna, un foglio bianco davanti e nella mente il pensiero di un interlocutore lontano, come nelle scene dei film che hanno immortalato comicamente la fatica di questo processo creativo, da “Toto  e Peppino e la malafemmina” a “Non ci resta che piangere” .

Goethe racconta attraverso le lettere l’amore struggente e disperato del giovane Werther per Lotte,  Charlie Brown prova senza successo a trovare le parole giuste per scrivere all’invisibile ragazzina dai capelli rossi,  nel telefilm “Friends” Rachel impiega una notte intera per produrre “18 pagine, scritte davanti e dietro” al fidanzato tira e molla Ross: sono solo gli esempi più facili che mi vengono in mente, pensando a come, spesso, sia ancora più difficile scrivere una lettera d’amore, che, evidentemente, non può essere scontata, né limitarsi ad un insieme bene assortito di  parole zuccherose e cuoricini. Occorre trovare il tempo, la carta più adatta, il paesaggio giusto, e poi i profumi, i suoni, i colori che fanno respirare chi scrive e trasmettono un po’ di questo respiro anche a chi legge, lasciarsi dettare dal cuore la verità da raccontare, oltre ad avere una buona penna, che assecondi il fluire dei pensieri. La scrittura, poi, non sarà mai tutta uguale: ogni riga nasconde emozione, paura, desiderio, e il pensiero di chi la leggerà,  l’amico che non si vede da anni, o l’amato che si vorrebbe avere in quel momento davanti agli occhi. Un mondo, nascosto in un tratto più o meno forte, in uno spazio più largo, in un giro di parole, magari in qualche lacrima che schiarisce l’inchiostro. Vi sembra troppo complicato? Forse sì: scrivere una e-mail  in Times  corpo 12, o postare un link su Facebook, potrebbe essere più facile. Ma bisogna ammettere che non è proprio la stessa cosa….

Prendete il film“C’è posta per te”: racconta il rapporto di penna al tempo di internet – prima dell’avvento dei social network  – con la storia dei due librai che si odiano nel lavoro, ma sono innamorati online. Tom Hanks e Meg Ryan sono deliziosi, certo,  e siamo riconoscenti alla regista Nora Ephron che ci fa sempre tanto ridere, eppure manca qualcosa….manca l’emozione di ricevere la lettera desiderata, dopo averla attesa a lungo, di stringerla al petto, e poi  leggerla e rileggerla e leggerla ad alta voce agli altri, analizzando ogni riga, per scoprire un battito del cuore, un palpito, fra le righe scomposte scritte a mano.  Proprio quello che viene invece bene espresso nel datatissimo (1940!) “Scrivimi fermo posta”, di Ernst Lubitsch di cui “C’è posta per te” è la versione aggiornata, riveduta e corretta. Abbracciare un computer, o una e -mail stampata, con i suoi caratteri tutti uguali, bella ordinata a precisa, mi suona strano….

Insomma, le  vecchie e care lettere  scritte a mano vanno prese sul serio. Non solo perché sono colonne portanti della cultura, e della storia della trasmissione della fede cristiana,  ma anche perché rappresentano le radici di molte delle nostre famiglie: alla carta da lettere i nostri nonni e i nostri genitori hanno infatti affidato i sentimenti più profondi del cuore. Così gli armadi di molte case conservano ancora le preziose scatole contenenti missive ingiallite dal tempo, che raccontano di prime uscite,  baci rubati, abiti color pervinca, piccole cronache di estati passate separati, di inverni lunghi  e freddi se non ci si può vedere,  di viaggi con la famiglia, o dure giornate di studio confortati solo dal pensiero di rivederlo/rivederla,  di genitori severi che non fanno uscire, e di amiche/amici fidati che si improvvisano postini. Mille progetti  e sogni per la vita, la casa, il matrimonio, e….i figli (quante mamme conservano ancora oggi  le letterine e i messaggi d’amore dei figli, accanto ai braccialetti della nascita, per ritirarle fuori  solo in occasioni speciali?): momenti di vita unici, raccolti in poche righe scritte a mano.  Per chi si trova a leggerle ora, a 50 o 60 anni di distanza, sono come fotografie di un mondo che vediamo per la prima volta,  in cui non si usavano gli smilies o le abbreviazioni in k, e in cui la firma “Tua/Tuo”, indicava davvero il completo affidamento all’altro.

Lettere sottili e delicate, ma piene di amore, come queste:

 “Carissimo Pietro, scusa se inizio questo mio scritto col chiamarti per nome e darti del tu. Dopo l’incontro di ieri[…] penso che possiamo passare a questo grado di confidenza che permetterà di capirci sempre di più e di volerci bene.”[…]

“Ciao Pietro, non esigo risposta, ti ho scritto per passare la sera con te e per dirti ancora una volta che ti voglio bene.”[…]

“Non ho parole per ringraziarti delle tue magnifiche e affezionatissime lettere che mi sono giunte a catena in questi giorni. Ogni lettera, ogni tua espressione era per me fonte di gioia immensa.[…]”

“…Già lo sapevo che tu mi volevi tanto bene, ma l’avermelo oggi confermato nella tua lettera, mi hai riempito il cuore di gioia.”

“Pietro mio carissimo, ho ricevuto stamane la tua lettera di lunedì, scritta sempre in cielo, come dice il nostro Gigetto. Hai potuto dormire? Sono tanto contenta che lunedì  mattina ti sei svegliato con il sole.”

 “… Ti amo tanto tanto Pietro, e mi sei sempre presente, cominciando dal mattino quando durante la S. Messa, all’Offertorio, offro con il mio, il tuo lavoro, le tue gioie, le tue sofferenze e poi durante tutta la giornata fino alla sera.”[…]

Le scrive Santa Gianna Beretta Molla nella fitta corrispondenza con il marito Pietro, spesso lontano per lavoro, che ha costellato la sua vita di moglie, madre e medico (muore nel 1962, sacrificandosi per permettere la nascita della quarta figlia). Lettere piccole, che raccontano la vita quotidiana di una famiglia, ma anche il percorso  verso una santità, fatta di gesti normali e di difficoltà quotidiane – la crescita dei figli,  la cura della casa,  il lavoro – tutte vissute insieme,  nell’affidamento alla Provvidenza, fino alla fine. Piccoli tesori di cui ci dispiacerebbe fare a meno, e che è bello conoscere e far conoscere anche alle generazioni degli sms e dei tweet, come testimonianze di uno spaccato di storia, ma  anche come piccole lezioni di educazione sentimentale, di amore, di speranza verso un futuro sconosciuto,  e come fulgide ed efficaci testimonianze di Fede. Se oggi, a due secoli di distanza, ancora leggiamo lo struggimento delle “Ultime Lettere di Jacopo Ortis”, possiamo credere che anche queste lettere, meno illustri e solenni, ma  più vere e vicine al cuore, possano superare l’era dei tablet e dei touchscreen, e magari farci recuperare la gioia di scrivere, di credere, di amare. Sul serio, non a scomparsa.

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