Radici

Non ricordo se l’ho già detto, ma nel caso lo ripeto: sono una persona fortunata. Me ne rendo conto mentre lo dico, quasi con stupore, o con il timore di sembrare sfacciata. Certo, non ho vinto la lotteria, né il Superenalotto, né il Gratta e Vinci, non ho uno zio miliardario in America che mi ha lasciato la sua cospicua eredità. Non ho un lavoro fisso, non so quando e se andrò in pensione, sono assillata dalla domanda “ma quando ti sposi?”. E non mi sono mancate le sofferenze e le lacrime. Ma la verità è che sono fortunata.  E non so nemmeno iniziare a dire perché.

Sono viva e sana, ho gambe che mi portano dove voglio, braccia con cui trascino borse immense, mani che scrivono e che, messe davanti ad un pianoforte, con grande impegno e molta pazienza sanno ancora tirare fuori qualcosa di bello. Ho occhi grandi e scuri, denti che non hanno mai fatto un giorno di apparecchio, e una ciocca di capelli bianchi che fin dall’adolescenza mi ricorda che non si è giovani tutta la vita. Ho una testa che pensa, un cervello che lavora, un organismo che funziona come una macchina perfetta, senza che io me ne accorga. Non mi è mai mancato nulla, né il pane quotidiano, né l’affetto con cui quel pane mi è stato servito,  e a cui ho risposto con grandi dosi di ingratitudine e superficialità. Ho studiato, in scuole che stavano a pochi metri da casa, ho avuto buoni insegnanti di cui conservare il ricordo (e gli appunti!) negli anni , e altri da dimenticare velocemente. Vivo a Roma, in centro , e sono talmente abituata a vedere i monumenti, che mi permetto anche di non conoscerli. Posso parlare, guardare la tv, leggere, ascoltare la musica, uscire la sera, da sola, senza che nessuno me lo impedisca, e senza rischiare la pelle; posso andare a messa la domenica, e anche gli altri giorni della settimana, , e ho l’imbarazzo della scelta sugli orari e le chiese, e posso – ancora! –  fare il segno della croce per strada, o dire il breviario in metropolitana, senza essere arrestata. Ho tanti amici veri, tante persone da tenere nel cuore, tanto amore da desiderare, e ho la libertà di pensare e sognare. E sto imparando giorno dopo giorno tutti gli aspetti della mia imperfezione.

Ma soprattutto sono fortunata perché ho una famiglia. Ho un nome, che è stato scelto per me quando i miei genitori mi hanno visto per la prima volta, e che affonda le radici in una tradizione decennale, e un cognome, che mi collega alle vite di quelli che mi hanno preceduta. Sono parte di qualcosa, una storia, un cammino, un progetto, costruito anche per me, prima ancora che io nascessi. Non c’ero quando i miei genitori si  sono conosciuti, quando  si sono sposati , quando sono nati i miei fratelli; non c’ero quando i soldi erano pochi, e le esigenze tante, non so quanti sacrifici hanno fatto i miei, a quante cose hanno rinunciato, non so nemmeno se si sono lamentati, se hanno pianto, se hanno pensato di aver sbagliato tutto.

Non c’ero, eppure  in un certo senso ero già lì. Ero già nel sorriso di mia madre, che me lo ha trasmesso tale e quale, e mi ha insegnato ad usarlo con l’esempio, negli occhi di mio padre, così profondi e pieni di amore, nelle mani e nei piedi uguali a quelli dei miei fratelli, e anche nei capelli bianchi precoci, che sono un dono di famiglia. Ero già nelle feste con i parenti, nei pranzi di Natale, nelle gite fuori porta, nelle estati al mare,  nelle domeniche in bicicletta, perfino negli inverni a Roma, possibilmente con un cappello. Tutte queste cose le vivo da quando sono al mondo, ma ne ero parte prima ancora di conoscerle.

Ero già stata pensata all’interno di questa storia,  fatta da qualcuno che ha costruito anche per me, e ha provato la fatica, il dolore, la sofferenza, e anche le gioie e l’immensa felicità lungo il cammino. Mi basta aprire un cassetto , e guardare le vecchie foto per capirlo. Un passato solido alle spalle e un futuro che prende slancio da quella solidità che ha conosciuto, che parte da lì per cambiare, e portare frutto, e creare il terreno per chi verrà dopo di me. Mica una fortuna da poco.

“Bisogno di casa, di concretezza, di cose che mi somiglino”, diceva Lorella Cuccarini in uno spot delle cucine. Avere una solidità a cui far riferimento, una certezza a cui guardare, una storia da cui partire, per andare oltre e cambiarla,  è il bisogno che vive nel cuore di ogni uomo. Lo sa Vasco Rossi, quello che voleva una vita spericolata, e che in occasione dei 30 anni di carriera ha fatto un film, che  pare – non l’ho visto –   trasudi nostalgia e gratitudine per le origini. Lo sanno gli attori di Hollywood, che non appena ricevono un premio, scattano a ringraziare la famiglia che li ha supportati, e il cui punto massimo della carriera è avere la stelle sulla Walk of fame, dove tutti possono calpestare il tuo nome,  messo accanto a quello dei grandi del passato che ti hanno  preceduto. Lo sanno quelli che una famiglia non l’hanno mai avuta e che vivono questo bisogno con ancora più forza,  e quelli che nelle famiglie  sono stati maltrattati, violati,  distrutti, e devono ricostruire qualcosa di cui sentirsi parte e in cui trovare speranza per il futuro. Lo sanno anche quelli che il modello della famiglia tradizionale lo criticano, ma poi mettono su un’equipe di medici, tecnici e donatori per avere un figlio, e mettere nel mondo almeno un mattoncino della loro storia, un puntino che sappia almeno un po’ di radici. Lo sappiamo tutti noi, che  siamo parte di una famiglia che magari ci soffoca, o ci opprime, e di cui abbiamo visto e conosciuto vizi e virtù. Questo bisogno lo scopre anche il personaggio che interpreta Hugh Grant  nel film “About a boy”, quando conclude che “gli uomini fanno parte di un arcipelago di isole. E sotto l’oceano in effetti le isole sono collegate.”.

“Quando venne il tempo della loro purificazione secondo la Legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore, come è scritto nella Legge del Signore: ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore; e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o di giovani colombi, come prescrive la Legge del Signore” (Lc.2, 21-24). Luca racconta così la presentazione di Gesù al tempio. Oggi celebriamo questa festa, e ricordiamo così che Gesù non è nato su un asteroide, lontano dal tempo,  ma si è  inserito  all’interno di una storia di uomini e donne, nel cammino di un popolo in un certo tempo,  e ne ha abbracciato le leggi  le tradizioni. Senza rinnegare quel cammino, né chi lo aveva costruito prima,  ma partendo da esso, ha portato la pienezza a cui ogni cuore tende, ha donato la salvezza alla vita di ogni uomo, ha “donato al mondo ogni bene”.

Soli, staccati, separati, senza radici, senza una storia a cui far riferimento, non costruiamo, non conosciamo, e non abbiamo capacità di guardare al futuro. Solo seguendo l’insegnamento del Maestro possiamo guardare nella verità al nostro passato,  abbracciarlo e accoglierlo senza  rabbia, senza che ci soffochi,  per renderlo terreno solido da cui partire e costruire un percorso di vita nuovo, per chi ci sarà dopo di noi, o per chi si è perso e cerca una strada sicura a cui tornare.

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5 thoughts on “Radici

  1. Pingback: Una piccola cosa. « Seme di salute

  2. La neve ed il gelo mi hanno bloccato in casa e concesso più tempo per me e la mia famiglia.
    Il lavoro, non mi ha permesso di leggerti come avrei voluto, recupero oggi, con un grandissimo GRAZIE!
    Grazie a te Maria Elena per questo articolo.
    E grazie a don Fabio per questa canzone della Mannoia (cantante che amo) che non conoscevo e le cui parole sono fantastiche.

    Un caro saluto a tutti!

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