La cura

Quando il treno si ferma e tu scendi giù, la stanchezza ti crolla addosso tutta insieme. Per una settimana hai dormito e mangiato poco, hai indossato sempre lo stesso vestito, hai trascinato carrozzine pesantissime, imboccato, pulito biancheria e altre cose che non avresti mai voluto toccare, hai stretto mani, e abbracciato, e ascoltato lamentele e racconti, e sopportato momenti di crisi, di stanchezza, di sconforto. Eppure quando scendi dal treno bianco di Lourdes, non sono queste le prime cose che ti vengono in mente. Pensi alle persone che hai incontrato, ai “grazie” che hai ricevuto , all’affetto che hai sentito su di te, e pensi anche all’ammirazione, e allo stupore con cui hai guardato la forza, il coraggio, la fede di certe persone.  Nei giorni del pellegrinaggio sei cambiato: partito spavaldo e sicuro di te, pur nell’incertezza dell’avventura, hai presto scoperto la difficoltà di doverti mettere da parte, di rinunciare alla parte più scintillante di te. Per una settimana  sei  stato le braccia, le gambe, gli occhi e la testa di altre persone, che si  sono affidate a te. E alla fine, stanco e affaticato, senti la difficoltà di tornare ad essere…solo tu.  Sei entrato a contatto con la malattia, hai visto e sostenuto i limiti nel corpo, e hai scoperto anche i tuoi limiti: esattamente quello che nella vita quotidiana cerchi di evitare con tutte le forze.

E’ strano, ma mentre scrivo di Lourdes, mi viene in mente che le stesse immagini , le stesse espressioni, potrei usarle anche per descrivere la condizione di chi esce da una giornata passata in casa o in ospedale ad assistere un malato. La riconosci negli occhi, nei volti, nei gesti, quella stanchezza arrivata a valanga, legata spesso allo sconforto, alla tristezza. Sono i segni distintivi di chi ha appena scalato una montagna, di chi ha affrontato un mostro, di chi ha preso in mano l’armatura, e si trova stanco e sporco sul campo di battaglia. Con il cuore pieno di paura.

Il contatto con la malattia fa paura. Si cerca di evitarlo il più possibile. Fa paura vedere nella carne di una persona i segni di un male, perché vuol dire guardare negli occhi un limite, che nella nostra onnipotenza non vorremmo mai vedere, e dover fare uno sforzo sovraumano per andare oltre, non inorridire, accogliere e curare.  Fa paura pensare che dopo quella malattia potrebbe non esserci  un futuro, e fa paura allo stesso tempo pensare che possa esserci. Toccare un malato, guardarlo negli occhi, parlargli e stringere le mani scarne, sorreggere il corpo debole, guidare i passi stanchi e affaticati di chi non ce la fa, è un dolore, sottile e insistente, che ti accompagna, ti rattrista, ti fa piangere. Ma che alla fine ti salva.

Guardi la realtà, affondi il viso nella verità della sofferenza,  e nel mistero che rappresenta. Non riesci a spiegarla, ti infastidisce il buio che porta con sé, ma cerchi di trovare in essa un senso, mentre condividi le giornate lente, il tempo denso, il dolore e lo sconforto, insieme alla gioia e alla speranza: ti rendi conto che la vita del malato che hai di fronte si è costruita e nutrita degli stessi sogni, delle stesse speranze e dei desideri di gioia, di cui è piena la tua vita. E ti spaventa pensare che non c’è differenza, che la sua esistenza non vale meno della tua, e ti chiedi come affronteresti tu, la malattia nel tuo corpo, e la tua fede che fine farebbe.

“Ero malato e siete venuti a visitarmi…ogni volta che avrete fatto questo ad uno solo dei miei fratelli più piccoli, lo avrete fatto a me” (Mt. 25, 35 – 46): la salvezza dell’uomo, ci viene detto nel Vangelo, è in questo. Il malato che hai di fronte è un mistero di umanità e sofferenza, ma è anche corpo vivo di Cristo, che puoi toccare e curare. In quei gesti semplici è la via della salvezza, nella vicinanza al malato, come al corpo di Cristo, c’è quella luce che scalda la tenebra della disperazione.

Perché quello che non si dice della malattia, è che spesso – non sempre –  i malati sono una fonte di speranza e di pace incredibile. Non mentono, non si nascondono, sanno leggere la realtà intorno a loro e apprezzare fino in fondo, anche nelle sfumature più piccole. Non nascondono la rabbia, lo sconforto, la paura, e te ne fanno partecipe, ma più spesso il risentimento, la tristezza, il dolore per quello che si è perduto, è negli altri, che soffrono per quello che ricordano,  e sono bloccati dalla nostalgia del passato. Chi nella malattia ci sta dentro, e combatte in prima linea da generale, perde poco tempo a lamentarsi, perché sa che ogni minuto è prezioso, sa che le forze non possono disperdersi in chiacchiere, e che si deve andare al centro delle cose, senza girarci intorno. Riesce a vedere la realtà più chiaramente, e sa bene cosa desidera:  nella maggior parte dei casi, guarire. Per questo combatte, per questo spera anche quando non c’è più speranza, e quando la paura sembra dominare il cuore. E se deve chiedere la guarigione, non ha paura,  non si tira indietro, non si rassegna.

Mi impressiona nel Vangelo vedere la sicurezza con cui i malati si rivolgono a Gesù: gridano in mezzo alla strada, sempre più forte finchè non vengono ascoltati, gli vanno incontro e si buttano ai piedi, e anche quando non riescono ad avvicinarlo (come nel caso dell’emorroissa) sanno che la salvezza per loro dipende dal contatto anche minimo con Lui. Nella maggior parte dei casi sembra che la salvezza che porta Cristo sia solo quella nel fisico, il sollievo dalla malattia. E invece….

Pensate alla vicenda dei quattro che calano il paralitico scoperchiando il tetto di una casa (Mc.2, 1-12). Da piccola non riuscivo a capire come fosse possibile; leggendolo da adulta, e ricevendo spiegazioni più chiare, ho capito tutto lo sforzo, la fatica che questi amici hanno fatto per soddisfare il desiderio di  veder guarire un altro. Calano giù il paralitico, nella certezza che Gesù lo guarirà subito, e invece…. “ Figlio, ti sono perdonati i peccati”, e via. Solo dopo – il Vangelo non dice se ci furono proteste, ma possiamo provare ad immaginarle – il malato viene guarito anche nel corpo.

Il punto, come ha detto ieri sera nell’omelia della messa vespertina P.Rocco spiegando il Vangelo di questa domenica,  è che “C’è lebbra…e lebbra”. Cioè c’è una malattia che mina il corpo ed è visibile, e un’altra malattia che non è evidente esteriormente, ma da cui proprio tutti siamo toccati: è quel peccato che Gesù riconosce bene, e che vuole curare prima ancora di curare il corpo. Di questa malattia, di questo male,  non vogliamo sentire parlare,  e  oggi, nel 2012, ci siamo ormai convinti che non esista più. Eppure questo male c’è , e il cuore di ogni uomo lo sa e ne sente il peso, ed esiste ancora oggi anche il Medico dell’anima che può curarlo. Un campione di pazienza:  sa aspettare, per mesi e per anni, per tutta una vita,  che andiamo da Lui, che scoperchiamo il tetto del nostro orgoglio, della nostra finta sicurezza, e scendiamo a incontrarlo, nel silenzio del confessionale, affidandoci alle mani di chi sa raccogliere e curare anche oggi le ferite più brutte, più putride, quelle che ci fanno più vergognare.

La fatica è enorme, perché chiedere di guarire noi stessi da un male che noi per primi non vogliamo vedere, è la cosa più difficile da fare. E ammettere di essere anche noi piccoli, malati e bisognosi di cure, è ancora più complicato. Eppure la sicurezza che Lui sia lì per noi la troviamo  nel buonsenso della frase “ Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati”, e nelle parole immediatamente successive “Io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori”(Mc. 2,17). In fondo, poi, solo chi  ha riconosciuto di avere bisogno di aiuto, e di non poter guarire da solo dai propri mali,  ed ha sentito su di sé gli effetti dell’affidamento alle mani del Medico e dei suoi Amici, può  essere cura e sostegno per un altro, e sentire pienamente sue le parole di quella meravigliosa canzone di Franco Battiato, La Cura, ” E guarirai da tutte le malattie…. perché sei un essere speciale, ed io avrò cura di te”.

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4 thoughts on “La cura

  1. <i<Fa paura pensare che dopo quella malattia potrebbe non esserci un futuro, e fa paura allo stesso tempo pensare che possa esserci.

    Ecco, per esempio.
    Il pensiero della dipartita di un caro malato è angosciante, ma al contempo reca un momentaneo sollievo mentale non da poco.
    Poi, quando la dipartita avviene veramente, ci si trova ad invidiare i gruppi di disabili in gita o in vacanza al mare, ed a pensare: voglio anch’io indietro il mio disabile. Perché loro [gli accompagnatori, gli educatori] sì, ed io no?.

    • …non mi è mai capitato di invidiare i gruppi e gli accompagnatori dei disabili, anche dopo aver perso una persona cara. Prima guardarli era troppo doloroso, troppi ricordi di sofferenza, di quella sensazione di pesantezza che è stare accanto ad una persona malata, ancora di più se è un parente prossimo; poi ho imparato che è anche fisicamente faticoso accompagnare un disabile. In realtà quando tu sei nel pieno della battaglia con la malattia di una persona a te vicina, la fatica è un accessorio, che puoi permetterti fino ad un certo punto; e quando poi la battaglia finisce, e ti trovi magari ad assistere altre persone malate, è la nostalgia struggente per il passato che devi lasciare da parte.

  2. La tua riflessione mi ha fatto tornare alla mente l’editoriale di Avvenire di venerdì 10 febbraio 2012 a forma di Giacomo Samek Lodovico, dal titolo ” Quant’è fragile la società che non sa più soffrire”. Ti invito a leggerlo e così ai tuoi lettori. Se non lo trovi, fammelo sapere e dimmi come posso fartelo avere.

    Grazie ancora per il tuo lucido e maturo giudizio.

    A presto!

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