Cattivissima M.E.

AAARGHEHEFGGJGJYGKIUKJBMHDGFJHG!!!!!

No, non sono impazzita, non ho appoggiato  il gomito sulla tastiera del computer, e non ho infilato una serie di errori di battitura a caso. Questa sfilza di consonanti messe una dietro l’altra senza alcun senso è l’unico modo che mi viene in mente per esprimere la rabbia, senza cadere nel turpiloquio .

Brutte, eh? Sgraziate, vero? Beh, anche la rabbia è così. Scomposta, sguaiata, scomoda, spesso eccessiva, spesso esagerata, la rabbia nasce da una scintilla qualsiasi, si accende con le cose più semplici, e come un fuoco cresce, cresce, cresce sempre di più. Andando oltre il “quando ce vo’, ce vo’”, possiamo dire che, in generale, la rabbia non piace, non è simpatica. Ci piacerebbe essere pacifici e serafici con tutto e tutti, circondati da un’aura di tranquillità impenetrabile, vorremmo che nulla ci toccasse, che nulla ci facesse saltare i nervi, o inquinasse il nostro spirito! Come vorremmo essere capaci di rispondere con un sorriso ad ogni provocazione, e ad ogni stupidità, sempre calmi in pace, sospesi in una nuvola soffice! Non è così, ci proviamo in tutti i modi e con tutte le tecniche, ma la verità è che da soli questa pace proprio non sappiamo regalarcela; chi vive nel mondo sa bene che nel corso della giornata, e nell’arco di tutta la vita, sono innumerevoli i motivi, seri e meno seri, per arrabbiarsi.

Ho una personale classifica delle cose che mi fanno arrabbiare, maturata negli anni, un pezzetto alla volta. Sono riuscita  a stilare una discreta lista, che attinge  semplicemente alla  vita quotidiana.

Non sopporto i suv  e i taxi che si attaccano alla macchina o al motorino per farti capire che vogliono passare, o quelli che sfrecciano a tutta velocità per finire incastrati nelle stradine minuscole del centro (a proposito, perché venire in centro con il Suv, se poi non è possibile girare o parcheggiare?), le macchine che suonano il clacson a ripetizione mentre sei in coda, che camminano sulla corsia d’emergenza negli ingorghi,  e che non mettono le frecce (ci sono, perché non usarle?), e ho spesso l’impulso vandalico a rigare la fiancata di chi, in barba ai divieti di sosta, parcheggia davanti ai portoni, tipo il mio.  Poi ci sono quelli che cercano di superare le file, i professori che trattano gli alunni come carta straccia, i datori di lavoro che considerano il dipendente un numero, gli uomini che maltrattano le donne e le tradiscono – e viceversa! –  e chi fa del male ai bambini, anche nei modi più subdoli;  i fratelli che non si parlano, e lasciano crescere dolori e gelosie negli anni, donandole come eredità ai posteri, i padri e le madri che sono più figli dei figli, mia madre quando urla al telefono. E poi i finti profeti, i provocatori  a tutti i costi, quelli che devono sempre parlare e nella maggioranza dei casi sparano immani stupidità, i bastian contrari per partito  preso, e i pensatori seri di tradizione. I pessimisti, i lamentosi, gli ingrati, i superbi, gli arroganti, i saccenti, gli egoisti, i “cocime l’ova”, e tutti quelli che sprecano e buttano via i grandi doni che sono stati fatti loro.

Ma soprattutto non sopporto me stessa quando sono tutte queste cose insieme; perché in fondo ciò che più infastidisce nei comportamenti degli altri sono proprio quelle cose che – nella maggior parte dei casi –  posso riconoscere anche in me stessa: disattenzioni, meschinità, imperfezioni, il sottile desiderio di dimostrarsi migliore degli altri, a fatti e a parole, l’incapacità di guardare in faccia la propria piccolezza, la mancanza di umiltà, la “sciatterìa” nel modo di vivere la vita e i rapporti. Li vedo negli altri, li riconosco in me, mi arrabbio; un flusso urticante irrigidisce i muscoli, manda in tilt i nervi, e fa immediatamente gonfiare le vene del collo. Così, nel giro di pochi minuti, arriva l’incredibile Hulk, …o Homer Simpson.

La rabbia sale come una lava bollente, parte dal basso e arriva alla testa passando per la gambe e le braccia, e arrivando alla bocca, al cervello. E al cuore, ovviamente. C’è chi la sfoga a calci e pugni, chi a parole amare e turpi, chi con azioni e gesti violenti, e chi invece lascia che rosoli lentamente, che agisca in silenzio, facendosi corrodere per mesi, per anni, a volte per tutta la vita. E allora che si trasforma in un veleno vero, un vulcano pronto ad esplodere, con una violenza inaspettata, che distrugge con l’odio verso tutto e tutti.

Per capire quanto tutto questo faccia male, basta guardare o parlare con una persona perennemente arrabbiata:  volto contratto, sguardo spietato,  e occhi incapaci di guardare avanti, o verso l’alto, corpo chiuso, arrotolato nella fatica di dover trovare un modo per continuare a giustificare la rabbia, e nel cercare altri motivi per alimentarla.

” Adiratevi, ma non peccate. Non tramonti il sole sopra la vostra ira e non date occasioni al diavolo. Scompaiano da voi ogni asprezza, sdegno, ira con ogni sorta di malignità.” (Ef. 4, 25-26, 31) Lo scrive San Paolo nella lettera agli Efesini, raccogliendo in poche righe tutta una serie di informazioni preziose. Primo,  San Paolo ci dimostra di sapere perfettamente come funziona l’ira, come è corrosiva, come è petulante: secondo,  ci dice che sull’ira lavora benissimo il diavolo, è una delle sue porte di accesso favorite, perché può intervenire sullo spirito provato e suonare la sua musica devastante, in modo che la nostra ira duri in eterno, e non ci abbandoni più. Per questo ci viene detto di non lasciare che il sole tramonti senza averla messa a tacere, per evitare di lasciare la porta aperta al Ladro. Ma soprattutto ci viene detto che arrabbiarsi non coincide necessariamente con il peccare. Mi viene in mente che non è peccato indignarsi, prendersela per quello che non va, additare le bugie, le menzogne, i comportamenti sbagliati e distruttivi di chi ci sta vicino, e combattere per la Verità e il Bene; il peccato è nel lasciarsi corrompere, nel permettere che sia la rabbia a guidare la nostra vita, i nostri pensieri , le nostre azioni lontano dal vero Bene, è darle la possibilità di svilupparsi e trasformarsi  in odio e desiderio di vendetta, verso tutto e tutti.

Ci provo, mi lancio in una interpretazione: la rabbia, come tutti gli altri sentimenti umani,  è peccato quando arriva all’eccesso e non è santificata, non passa cioè attraverso il rinnovamento della vita in Cristo, che ci fa vivere tutto  secondo Verità, e senza essere accecati dalle passioni, e dalla durezza del cuore.  E’  la Pace di Cristo, quella maiuscola che solo Lui sa dare,  a trasformare il modo di vivere, perché non comporta un annullamento dei sentimenti che fanno parte del cuore dell’uomo, ma ci guida a viverli con un cuore nuovo, e con gli occhi nuovi.  E’ una pace che sa dare solo Lui, vero Dio e vero uomo, che non si è limitato a guardare indignato i mercanti del tempio, ma si è arrabbiato con loro, e che ha chiamato ai farisei e gli scribi ipocriti, guide cieche e sepolcri imbiancati, non proprio un tenerone, insomma. Un’altra cosa è la pace piccola che vogliamo darci noi da soli, tutta zucchero, buoni sentimenti e apatia: di questa pace, ci mettiamo poco ad accorgercene, non siamo capaci.

Si, ma come si fa a capire quando la rabbia è “santa”, e quando no? Mica ci sono le etichette …Giusto. In mancanza della bacchetta magica credo che occorra lavorare nel tempo, chiedendo una mano all’Angelo Custode, e allo Spirito Santo, e magari recitando quella preghiera semplice, che si rivolge direttamente al Padre, e chiede a Lui “la forza di accettare con serenità le cose che non possono essere cambiate, il coraggio di cambiare le cose che vanno cambiate, e la saggezza di distinguere le une dalle altre.”.  Allenarsi a ripeterla tutti i giorni, per combattere la tentazione alla rabbia “facile”, potrebbe essere un buon proposito per la Quaresima appena iniziata; in fondo chi l’ha detto che solo Don Camillo poteva essere ripreso e consigliato da Gesù in persona, quando era arrabbiato con Peppone?

Annunci

12 thoughts on “Cattivissima M.E.

  1. Il nostro è un Dio passionale, come scrive in un insuperato saggio degli anni ’50 un rabbino vicinissimo al cristianesimo ( http://www.ibs.it/code/9788826301679/heschel-abraham-j-/messaggio-dei-profeti.html ) e come sostanzialmente insegna anche Benedetto XVI (penso ad es. alla Deus Caritas). In quanto passionale si adira e come! Cercare di derubricare tutti i passaggi biblici sull’ira di Dio a “genere letterario” signficherebbe buttar via metà dell’A.T. e anche una parte consistente del Nuovo.

    L’ira esprime una riprovazione estrema, che può arrivare fino al disgusto (come in Ap. 3,16, “sto per vomitarti dalla mia bocca” non è certo una frase serena), ma lascia sempre all’interlocutore una possibilità di riscatto e redenzione (infatti nella frase citata dice “sto per vomitarti” e non “ti vomiterò”) perché fondamentalmente non oscura la capacità di giudizio, la padronanza di sé, che, non dimentichiamolo, S. Paolo annovera tra i doni dello Spirito Santo.
    La rabbia al contrario acceca, rende quindi incapaci di un discernimento obiettivo, ci porta a sospettare sempre il male del nostro interlocutore, che nella sostanza viene pre-giudicato senza appello e così impedisce il rapporto umano e l’incontro. La rabbia quasi come una forza estranea si impossessa di noi e ci fa dire cose che magari non pensiamo e in altre condizioni non diremmo mai (sono convinto ad esempio che lontano dalla tastiera tanti che incontro sul web sarebbero assai più sereni).

    Il punto vero, mi sembra, è che la rabbia esprime fragilità, l’ira invece forza. Quando vediamo una persona perdere le staffe tutti più o meno ci chiediamo se la sua intransigenza non nasconda in verità una scarsa convinzione e spesso è proprio così. Al contrario un ira “non arrabbiata” spesso è una manifestazione di amore, come quella di un genitore che può rimproverare anche molto aspramente un figlio che si mette in pericolo.

    Forse il discrimine passa proprio di qui, nella capacità di distinguere il peccato dal peccatore, odiare il male ed amare l’uomo che lo fa…

    • …il problema è che non comprendiamo fino in fondo le differenze tra i due termini: normalmente consideriamo l’ira la vecchia zia della più moderna rabbia…a pensarci bene è molto più facile oggi dire indistintamente “è arrabbiato” piuttosto che dire “è adirato”, pensando che le due parole indichino esattamente le stessa cosa….il pensiero e i dubbi su queste differenze mi hanno accompagnato nel tempo in cui ho scritto il post, (che nonostante i tentativi di approfondimento, riflette un po’ di questa confusione interiore!), e quindi ti ringrazio in modo speciale per avermi chiarito ancora di più le idee!!

  2. Pingback: Chi ci muove alla pace… « Seme di salute

  3. Per me, cattivissima me! Quanto mi ritrovo! La regina della perdita delle staffe!
    Ci casco sempre, la mia personale battaglia…
    In particolare quando so di essere in torto… tutta la mia fragilità a nudo.
    E questo perpetrare in questo errore fa si che, semmai fosse una “adirarmi santo”, verrebbe annegato in un marre di rabbia inutile…
    Sei proprio brava!

  4. Grazie per la tua riflessione e per la breve preghiera che ci consigli.
    Cercherò di farne buon uso. Ti condivido quello che un vecchio amico sacerdote, mi diceva già ai tempi dell’università: ‘Dio, tu che sei più potente del mio cuore e della mia libertà, fa’ che ti obbedisca anche quando non voglio…’: Questa giaculatoria mi accompagna nei miei momenti più difficili e faticosi.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...