A braccia aperte

“Il Cardinale, così dicendo, stese le braccia al collo dell’Innominato; il quale dopo aver tentato di sottrarsi, e resistito un momento, cedette, come vinto da quell’impeto di carità, abbracciò anche lui il cardinale, e abbandonò sull’omero di lui il suo volto tremante e mutato. Le sue lacrime ardenti cadevano sulla porpora incontaminata di Federigo; e le mani incolpevoli di questo stringevano affettuosamente quelle membra, premevano quella casacca,  avvezza a portar le armi della violenza e del tradimento. (A. Manzoni –  I promessi sposi – cap. XXIII)

Lo ammetto, non mi ricordavo fosse così bella la descrizione dell’abbraccio tra l’Innominato e il Cardinale. Racchiude tutto, il timore, la vergogna, il desiderio di essere accolti, il calore del perdono. Tutto quello che ognuno di noi vorrebbe trovare in un abbraccio, e vorrebbe allo stesso modo essere in grado di dare.

“Ti rendi conto che non sai abbracciare?” A tanti anni di distanza, questa domanda ancora mi fa impressione. Me la rivolse un redattore durante uno degli stage non pagati di cui abbonda il  mio curriculum. Mi si avvicinò a braccia aperte, per festeggiare il successo di una trasmissione particolarmente travagliata, salvo scostarsi poco dopo. Ricordo chiaramente che nei cinque minuti successivi si mise ad insegnarmi come mettere le braccia, come incrociarle, esattamente come si insegnerebbe ad un bambino a fare gli aeroplani di carta.

Non credevo che esistesse un modo giusto o sbagliato di abbracciare, e nel dubbio, mi ero tenuta abbastanza indifferente alla materia: pochi abbracci centellinati nel tempo, solo a poche persone scelte, che siccome ti vogliono bene, non guardano certo al particolare. E poi non troppo stretti, per carità, devo mantenere il mio spazio vitale, non mi opprimete, mi manca l’ aria a stare così tanto vicina alle persone.  E poi in fondo tutta questa confidenza, perché?

Da allora, devo dire, ho fatto grandi passi avanti. Ho imparato ad abbracciare, dagli abbracci che ho ricevuto e che ricevo ancora: forti serrati, da togliere il fiato,  e  – cosa ancora più bella – spesso non richiesti, ma semplicemente desiderati nel profondo del cuore.  Ho scoperto così per l’ennesima volta che, per imparare a dare, devi imparare a ricevere;  in questo modo ti rendi conto che certi abbracci sono irrinunciabili: una volta che ti  ci abitui, non puoi più farne a meno, e soprattutto nei momenti in cui la strada verso la disperazione è particolarmente scivolosa, la stretta di quella persona è l’ unica cosa che può tenerti su.

Allora inizi a chiederli, a voce, via messaggio, via e – mail, o semplicemente con uno sguardo, o  con il segno di qualche lacrima ingoiata, nel disperato tentativo di nascondere la sofferenza. Unguenti di salvezza, veri e propri balsami per l’anima sono stati gli abbracci ricevuti in quei momenti drammatici: se chiudo gli occhi ricordo ancora i visi di chi me li ha dati, ma soprattutto ricordo la forza delle braccia, talmente strette intorno da togliere il respiro, il capo appoggiato sulla spalla, e quel silenzio carico di parole troppo importanti da dire,  ma tutte espresse in quel contatto, così intima, così amorevole. A volte senza nemmeno chiedere, ho ricevuto.  E così ho imparato a dare, nella speranza di saper in qualche modo restituire agli altri i doni fatti a me.

Ma insomma, qual è la forza dell’abbraccio? E’ forse nel modo di mettere le braccia, come diceva il mio collega? Oppure è nel saperlo condire di buoni sentimenti e parole leggendarie, in modo che lo slancio di affetto sia portato con migliore potenza e rimanga memorabile?

L’unica risposta che mi viene in mente è che la base di ogni abbraccio è  la consapevolezza di come, in certi momenti, il contatto con un’altra persona sia necessario. E’ necessario a volte lasciare che cadano le difese, le corazze a lungo portate, e che ci si mostri più fragili e bisognosi di sostegno; è necessario allo stesso modo poter manifestare nella stretta ad un altro la gioia di un momento, la tenerezza, l’affetto. Eppure non è mai facile, e nel momento in cui qualcuno ci si avvicina a braccia aperte spesso la sentiamo come un’invasione del nostro spazio vitale, una minaccia alla nostra intimità.

Lo sa bene Juan Mann. Chi è? E’ un australiano che qualche anno fa ha inventato la pratica dei “Free Hugs”, gli abbracci liberi (e gratis); tornato a Sydney dopo un periodo a Londra e ritrovatosi  completamente solo, ha fatto la cosa più semplice e assurda del mondo: si è messo in mezzo alla strada, con un cartello in mano, offrendo abbracci gratis a tutti. Nessun altro scopo se non quello di dare e ricevere, e regalare a se stesso e agli altri un momento di gentilezza, e di calore umano. Da allora – era il 2004 – la bizzarra vicenda dei Free Hugs ha fatto il giro del mondo, e con  l’idea di base “Cambiare il mondo restando a braccia aperte”,  ha raccolto adesioni da ogni paese, al punto da indire “Le giornate internazionali degli abbracci gratis”, il primo sabato dopo il 30 giugno, ogni anno.

Stare a braccia aperte diventa così il modo per avvicinare  e stringere una vita nella tua, per guardare negli occhi gli abissi di sofferenza e mistero di cui ogni cuore è avvolto, per perdonare.

L’atteggiamento delle braccia aperte è per antonomasia quello di chi  accoglie senza chiedere nulla, di chi attende con fiducia, di chi rimane vicino, accanto a chi magari sta soffrendo, nel silenzio più assoluto, di chi offre tutto di sé, senza lasciare nulla da parte. Non è  espressione di rassegnazione, ma  di forza, e di amore, perché prelude al più generoso degli abbracci. E’ l’atteggiamento delle madri in attesa,  e dei padri che cullano i figli,  o che li ritrovano dopo essere stati lontani;  è il modo degli amici di curare,  il modo in cui le persone più care, a cui non serve di sapere nulla, perché sanno già tutto, si fanno presenti.

A braccia aperte è chi perdona, è il padre che accoglie il figliol prodigo, e non che non spreca nemmeno un minuto a parlare, ma gli corre incontro, gli getta le braccia al collo (Lc.15, 20), e che, come si vede nel celebre quadro di Rembrandt, gli posa le mani sulla spalle. A braccia aperte è il sacerdote nella cerimonia di ordinazione, nell’immagine che dovrebbe prefigurare l’atteggiamento costante di accoglienza della volontà di Dio, delle vite dei fedeli, e, nel confessionale, delle loro sofferenze e  del peso dei loro peccati. A braccia aperte come Gesù in croce, dilaniato e spaccato, pronto al  più doloroso degli abbracci, il più sofferto, il più violento, ma quello decisivo per la salvezza dell’uomo.

Cristo apre le braccia sulla croce, e in quella dolorosa apertura accoglie i cuori di tutti, le vite di tutti, le gioie e le sofferenze di tutti, che solo ricambiando quell’abbraccio, solo legati al legno della croce, possono trovare salvezza. Guardando alla croce, e imparando da Cristo ad amare,  si può trasformare  un semplice abbraccio  in una testimonianza di fede, lasciando che sia Lui stesso ad accogliere, consolare o vivere la gioia della vita dell’altro che ti viene incontro, attraverso le tue misere braccia. E’ lì che sta la  vera forza, nel far passare Lui in un abbraccio che rende liberi, anche di non ricambiarlo, ma che c’è sempre, in attesa, a braccia aperte. Peccato che il mondo ne abbia ancora così paura…

A proposito di abbracciarsi alla croce, più di tante altre parole mie, lascio parlare questo brevissimo cartone;  non mi capita mai di chiudere un post in questo modo, ma stavolta ne vale davvero la pena.

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3 thoughts on “A braccia aperte

  1. Grazie M. Elena,
    questa tua riflessione mi giunge proprio a proposito per una mia carissima amica, M*, a cui la condivido immediatamente, certo che le sarà di grande utilità.
    Al prossimo contributo…

  2. Semplicemente bellissimo…sia quel passo dei promessi sposi (che tra l’altro sto preparando da esporre in classe, faccio la seconda superiore) sia tutto quello che hai scritto. Veramente magnifico!
    Ti ringrazio perchè queste poce parole mi hanno dato tanto, forse più di quanto mi avrebbe dato un abbraccio!
    Un augurio per una vita felice e piena d’abbracci 🙂

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