Benedetto Benedetto

Nella mia famiglia non si butta niente. Vecchi scontrini, ricevute di pagamenti del 1992, libretti di istruzioni di elettrodomestici usati una volta, vecchie stilografiche, cartoline, guide turistiche degli anni ’70, fotografie, biglietti da visita, partecipazioni di nozze, portachiavi rotti.

L’idea di base è che, prima o poi, tutto può servire.

Mio padre, con cura e attenzione, metteva da parte i giornali che raccontavano eventi speciali:  pagine principali e titoli, come testimonianza della storia, o come ricordo. E io, guardando lui, ho imparato a fare lo stesso. Così quando sette anni fa morì Giovanni Paolo II, comprai tutti i quotidiani possibili, anche quelli che non avevo mai letto prima, solo per vedere come le diverse testate raccontavano quel momento storico. Da allieva diligente ho voluto strafare, e ho acquistato e conservato anche alcuni dei giornali dei giorni successivi, coprendo così anche tutto il periodo del Conclave e l’elezione di Benedetto XVI.

Oggi la busta accuratamente chiusa che li conserva è tornata alla luce, recuperata tra un mare di bobine Super8. E’ stato come fare un viaggio indietro nel tempo: diversi i caratteri, diverse le impaginazioni, poco colore. Si parlava di Berlusconi e Prodi, di elezioni, di problemi di coesione del governo. Sulle prime pagine ingiallite dal tempo, lampeggiavano però  i titoli cubitali, che raccontavano l’emozione, l’attesa, la speranza e la paura di Roma e del mondo in quei giorni di aprile, tra la morte di un papa e l’elezione del successore. L’Osservatore Romano, listato a lutto per la morte di Wojtyla, e poi incorniciato in giallo per l’elezione del nuovo papa; “Non se ne fa un altro”(Il Manifesto, su Giovanni Paolo II),”Nelle tue mani” (Il Tempo), “E’ Ratzinger, Benedetto XVI” il titolo del Corriere della Sera, “Il Papa forte” (Il Messaggero).

Alcuni di questi giornali descrivevano una situazione di stupore,  e incertezza per il futuro, che a leggerla oggi fa quasi sorridere. Il toto – nomi del Conclave, le vignette, le previsioni sul futuro pontefice, le profezie di Malachia, quelle di Nostradamus… e quelle dei giornalisti.

Perché dopo la fumata bianca, oltre al racconto dell’emozione di migliaia di  persone accorse a San Pietro per l’annuncio, le analisi dei giornalisti e opinionisti non sono mancate: “78 anni, il volto di un bambino, un timido di grande energia e cultura. Sarà un Papa amato e temuto, che gestirà l’istituzione con determinazione e non poche sorprese” (Gaspare Barbiellini Amidei), “Il nemico della liturgia show e dei battimani”(Aldo Cazzullo), “Sarà il Papa del catechismo, più che dei media, della centralità petrina più che dei viaggi (Aldo Grasso).

Duro, intransigente, retrogrado: fin dal primo momento si è rilevato il pericolo che il nuovo Papa venisse conosciuto solo così, nelle parole dei cronisti, ma anche nelle voci della gente tra la strada, ancora scosse per l’emozione della morte di Giovanni Paolo II: “Il suo pontificato sarà una lotta contro la cattiva fama che lo accompagna”, profetizzava Accattoli; e Vittorio Messori in risposta, prendendo le difese del neo eletto: “la leggenda e l’odio ideologico ne hanno fatto un Panzer – Kardinal, fanatico dell’ortodossia, erede dei Grandi Inquisitori.[…] Il Ratzinger della realtà è tra gli uomini più miti e timidi che mi sia stato dato di conoscere”.

Lo ammetto: al momento dell’elezione, dopo la corsa forsennata verso San Pietro, ero rimasta delusa, e avevo guardato con una certa perplessità i miei amici che saltavano e si abbracciavano. Sì, è vero, non avevo capito niente, e mi ero bevuta in pieno tutte le critiche sterili, e i pregiudizi. La perplessità  ha cominciato a vacillare , quando si è saputo che Ratzinger suonava il piano, in particolare Chopin e Beethoven – come me –  e che amava i gatti – come me – . Ed è crollata nel tempo: quando un Papa appena eletto tira fuori parole tipo:  “Non abbiamo forse tutti in qualche modo paura – se lasciamo entrare Cristo totalmente dentro di noi, se ci apriamo totalmente a lui  – che Egli possa portar via qualcosa della nostra vita? Non abbiamo forse paura di rinunciare a qualcosa di grande, di unico, che rende la vita così bella? Non rischiamo di trovarci poi nell’angustia e privati della libertà?[…]oggi, io vorrei, con grande forza e grande convinzione, a partire dall’esperienza di una lunga vita personale, dire a voi, cari giovani: non abbiate paura di Cristo! Egli non toglie nulla, e dona tutto.” non puoi non guardarlo con ammirato stupore.

Quando chiede umilmente : “pregate per me, perché io impari sempre più ad amare il Signore. Pregate per me, perché io impari ad amare sempre più il suo gregge – voi, la Santa Chiesa, ciascuno di voi singolarmente e voi tutti insieme. Pregate per me, perché io non fugga, per paura, davanti ai lupi. Preghiamo gli uni per gli altri, perché il Signore ci porti e noi impariamo a portarci gli uni gli altri.”, è difficile non essere colta da un impeto di affetto. E quando l’ho  sentito a Colonia, nel freddo della spianata di Marienfield, ammetto di non aver afferrato subito la portata di un discorso come questo: “la religione cercata alla maniera del “fai da te” alla fin fine non ci aiuta. È comoda, ma nell’ora della crisi ci abbandona a noi stessi. Aiutate gli uomini a scoprire la vera stella che ci indica la strada: Gesù Cristo! Cerchiamo noi stessi di conoscerlo sempre meglio per poter in modo convincente guidare anche gli altri verso di Lui”.

Non ho intenzione di analizzare nei dettagli i primi sette anni di pontificato di Benedetto XVI, e anche volendo non saprei farlo. Ma, a distanza di tempo, posso esprimere la gratitudine per questo Papa. Sono grata perché si è caricato sulle spalle il peso di una eredità immensa come quella lasciata da Giovanni Paolo II, con delicatezza e misura; sono grata perché è un uomo solido, con una preparazione culturale inarrivabile, di intelligenza acuta, meno magnetico e carismatico di Wojtyla, ma ugualmente radicato nella fede e nella ricerca della verità, da difendere contro gli attacchi portati avanti con particolare violenza in questi ultimi anni. Sono grata perché  ha affrontato gli scandali nella Chiesa, le accuse, i sospetti, e il fango, con rigore e fermezza, e nel silenzio del lavoro e della preghiera, ha portato nella liturgia quella sobrietà che era  necessaria. Sono grata perché ha sopportato i cori, e i battiti delle mani, quando avevamo bisogno di farli, per poi insegnarci, con serenità, la bellezza del silenzio della contemplazione ( la veglia a Madrid all’ultima Gmg è un esempio indimenticabile); ha aperto le braccia al dialogo interreligioso, e fin dall’inizio ci ha parlato con coraggio dell’amore, della speranza, della carità, della santità e della gioia della fede. Sono grata perché  in questi anni ci ha fatto crescere con discorsi, omelie e catechesi piene di umanità, e ricche di un profondità espressa con le parole più semplici. E sono contenta di aver capito quanto quella diffidenza iniziale fosse sbagliata.

Ancora oggi c’è chi lo considera un mastino, duro, intransigente e retrogrado,  e lo sbeffeggia gratuitamente: chissà, magari non ha  mai letto una riga scritta da lui, o magari non ha mai voluto vedere la semplicità dei gesti, garbati e delicati,  dei sorrisi timidi e accoglienti, che in tantissimi hanno riconosciuto, basta buttare un occhio la domenica, all’Angelus, per accorgersene.

<<Meno male che abbiamo il Papa!>> esclamò  mia madre all’improvviso, mentre seguivamo in tv la visita in Inghilterra, nel 2010. Lei sì che ha ragione: meno male che c’è il Papa, e ringraziamo il Signore che in questo momento storico, così confuso, e così bisognoso di speranza e serietà,  il Papa sia Joseph Ratzinger.

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5 thoughts on “Benedetto Benedetto

  1. Bravissima, come sempre M. Elena.
    E’ una gioia leggerti, ed il cuore si riempie di gratitudine e pace. Sai scovare la bellezza, anzi la Bellezza!, in ogni avvenimento e ne dai testimonianza con un tocco di poesia e sovrabbondante commozione. Come mi ripeteva un bravo sacerdote, di fronte a Cristo – ed al Santo Padre che ne è il vicario – non dobbiamo essere devoti, ma commossi!
    Ed imparare ad avere sugli altri (e forse prima su di sé) lo stesso sguardo di Cristo, perché è “lo sguardo che porto sull’uomo che dice della mia umanità” (Papa Benedetto XVI).

    Un abbraccio fraterno.

    Mario G.

  2. Sono pienamente d’accordo, perchè anch’io in un primo momemnto ero rimasta molto perplessa, ma ora veramente sono entusiasta di questo Papa che riesce veramente a sostenerci con la sua fermezza accompagnata a una grande dolcezza, e soprattutto da una grandissima fede.

  3. La frase esatta di Papa Benedetto XVI, che avevo riportato questa mattina a memoria è:
    “Lo sguardo che porto sull’altro decide della mia umanità.”

  4. Questo è un post veramente bello e lo condivido in pieno. Questo Papa unisce una profonda sapienza teologica a una limpidezza e a una soavità inaudite. In questo è testimone di uno dei misteri più sconvolgenti della nostra fede: la grandezza che si presenta inerme, quell’impasto di estrema forza ed estrema mitezza che piega i cuori ma, come accadde anche a Cristo, può scatenare anche l’odio più forsennato. Una mitezza non banale e carica di esigenze superiori, che ci sprona e interroga.

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