Sii forte, papà!!

Non si finisce mai di imparare. Uno pensa di avere delle certezze, e invece arriva lo scienziato o il tuttologo, che smentisce tutto.

Una premessa: mi capita di leggere Vanity Fair. Ho smesso di comprarlo da quando il livello di arrabbiatura per certi articoli e certi editoriali rendeva minimo il piacere della lettura;  tengo però sotto controllo il sito, per essere sempre aggiornata sulle ultime tendenze moda, ma anche per allenarmi all’indignazione, e mantenere stabile il livello di acidità.

Da qualche tempo la testata ha intrapreso la battaglia per l’approvazione delle unioni gay: è uscita con un numero speciale, e ha lanciato in un editoriale del direttore la campagna “No coppie di serie B” – una raccolta di firme  da presentare al Ministro Fornero per sollecitare la pratica – a cui il sito del giornale dedica da tempo uno spazio: aggiornamenti su nuove adesioni famose, storie di discriminazione, pareri di esperti. Tempo fa, in un’intervista a Chiara Lalli, bioeticista e autrice del libro “Buoni genitori. Storie di mamme e di papà gay”, capitava di leggere la seguente dichiarazione:

Domanda: Quali sono le principali obiezioni  di chi avversa la genitorialità gay? Risposta: <<Sono luoghi comuni, spesso simili a quelli invocati contro il divorzio, i matrimoni interrazziali, le famiglie allargate o altri assetti familiari. Un esempio: il bambino ha bisogno di una figura paterna e materna. Quanti errori in poche parole? Non solo tantissimi bambini crescono e sono cresciuti in contesti familiari diversi – e crescono bene! – ma soprattutto ridurre la figura paterna all’uomo, identificare cioè ruoli e caratteri con parti anatomiche, è davvero sciocco.>>

Caspita. Questa non la sapevo. Io ero convinta che il papà fosse l’uomo, e la mamma  la donna, me lo avevano spiegato,  mi sembrava anche abbastanza evidente. Nella mia esperienza il papà era quello che si faceva la barba, e  indossava la cravatta per andare a lavoro, o nelle occasioni speciali, e la mamma quella che, nella maggior parte dei casi, si truccava prima di uscire; il papà era quello che ti portava in braccio di peso quando ti addormentavi in macchina, e che sapeva usare strumenti tipo la brugola, la mamma quella che sapeva costruire un costume da fungo in cartapesta, e che annusava le bugie a distanza di chilometri. Ero abbastanza sicura di questo, per l’esperienza vissuta nella mia famiglia, ma anche nelle famiglie dei miei amici: anche  in quelle meno felici, anche in quelle spezzate da anni, c’erano un papà  e una mamma, più o meno presenti nella vita dei figli.

La televisione ha notevolmente contribuito ad avvalorare l’ idea di questa distinzione dei ruoli: noi bambini degli anni ’80 siamo cresciuti con telefilm come “Happy Days”, “I Robinson,” “I Jefferson”,”Casa Keaton”, “Genitori in blue jeans”, ambientati in nuclei familiari che vedevano ben definite la figura paterna e quella materna. Spesso erano padri e madri vedovi – come nella famiglia Bradford, o in “Arnold” – ma sulla struttura della famiglia non ci pioveva. Perfino un film tipico degli anni ’80, come “Tre scapoli e un bebè”(1987 – il regista è Leonard Nimoy, il Dottor Spock di Star Trek!), raccontava sì la storia di un nucleo familiare atipico  – tre uomini che allevano una bambina di pochi mesi –  ma alla fine non dimenticava la differenza tra il padre e la madre: nel film i tre scapoli imparano con fatica a cambiare i pannolini, e a cantare ninne nanne, diventando dei perfetti mammi, ma quando ritorna la mamma vera, non hanno difficoltà ad accoglierla con la battuta “sei la madre, la bambina ha bisogno di te a tempo pieno”.

Oggi però ci viene detto che questo modello non va più bene, che occorre andare oltre certe distinzioni. E così capita che il telefilm più amato della televisione americana sia “Modern Family” che ruota attorno alle vicende di tre famiglie, una allargata (padre anziano, madre giovanissima con figlio di precedente matrimonio), una classica (padre, madre e tre figli) una gay (due padri, una bimba). A voler  fare un confronto, questi ultimi vincono facilmente per simpatia e buon senso sul padre e sulla madre tradizionali. E sempre perché bisogna adattarsi e mettersi al passo con i tempi, tempo fa era circolata la voce di un remake di “Tre scapoli e un bebè”, in cui i tre irsuti donnaioli della prima versione sarebbero stati sostituiti da tre omosessuali.

Più di tutti c’è un film che abbraccia questo nuovo aspetto della genitorialità, in cui la famiglia tradizionale è sempre più messa male, e quella “moderna” risplende di serenità: è l’osannatissimo  “I ragazzi stanno bene”, candidato all’Oscar come miglior film e vincitore del Golden Globe come miglior commedia nel 2011,  descritto come il ritratto di una normale famiglia moderna. La storia: due fratelli, nati da madri lesbiche, vanno alla ricerca del padre donatore. Lo trovano in un quarantenne belloccio e un po’ infantile; lo conoscono, passano del tempo con lui, iniziano ad affezionarsi. Lui intanto intraprende una storia un po’ torbida con una delle madri, e quando la liason viene fuori da un mare di bugie, crea il disastro: la famiglia vacilla ma non crolla, e il padre, che nel frattempo aveva capito di volersi  impegnare, viene insultato, e cacciato al grido “fatti una famiglia tua!”. In una famiglia fatta da due madri, per un padre non c’è posto.

Niente più  ruoli, qualsiasi eco di distinzione porta solo tristezza e rovina: è il frutto della battaglia per l’ uguaglianza, di questa lotta per la conquista del diritto ad essere, indistintamente, genitori, a qualunque costo e a qualsiasi prezzo. Una lotta dove i figli sono le vittime principali,  ma in cui, in realtà,  non vince nessuno: né  le donne, che hanno perso il senso profondo della maternità e, a seconda delle situazioni, la brandiscono come un trofeo, o la riducono ad un servizio destinato ai migliori offerenti in cerca di un figlio; né gli uomini,  più smarriti, più deboli, che (per difendersi?) hanno imparato a desiderare di essere loro stessi…madri. “Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate.”, diceva Chesterton. Oggi ci ritroviamo a dover riaffermare quelle certezze che davamo per scontate, improvvisamente diventate sciocchezze. E’ una battaglia che forse non pensavamo di intraprendere, ma che – come Vanity Fair dimostra –  è sotto ai nostri occhi.

Terribilmente retrò, politicamente scorretta,  e magari anche un po’  sciocca, non solo sostengo la distinzione dei ruoli rispetto al “famo un po’ come ce pare” vigente,  ma ho anche deciso di tifare per i padri. Perché li vedo sempre di più messi all’angolo e considerati solo uno scomodo optional nella competizione a chi è il genitore migliore; perché il primo piano di Mark Ruffalo (l’attore che fa il padre donatore) verso la fine del film è un colpo  al cuore di tristezza e solitudine; e perché sono certa che la forza e la tenerezza dei padri,  il loro saper essere guida e protezione della donna e del bambino, sia una sicurezza per i figli, un sostegno di ritorno per le madri, un dono di Grazia di cui tutti abbiamo bisogno. Possiamo richiederlo al Padre maiuscolo,  questo dono: a pensarci bene, non serve nemmeno la raccolta firme….

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10 thoughts on “Sii forte, papà!!

  1. Già, chissà come mai tutti questi tuttologi, tecnici, esperti e scienziati sono così ansiosi di dettarci lo stile di vita più “razionale” e “scientifico”. La “libertà obbligatoria” che piace tanto alla “bioeticista” radicaloide di turno è per il nostro bene, sicuramente. Come dubitare della bontà delle nobili intenzioni di chi aspira a liberare l’umanità dal giogo delle antiche superstizioni della tradizione? Ascoltiamo loro, invece, gli “studiati” che sanno dirci come dobbiamo vivere…

      • Già, è retorica di bassa lega, direi una forma di “intimidazione intellettuale”. Così chiunque sia poco convinto dii questa “ovvietà” parte già etichettato come lo “scemo del villaggio”, l’ottuso reazionario da irridere. E l’onere della prova cade tutto su di lui….

  2. Pingback: Sii forte, papà!! « Una casa sulla roccia

  3. Bah, il trucco e’ sempre quello.
    Meglio una “famiglia” gay perfetta che una “old style” con problemi.
    A paragonarle a parita’ di condizioni crolla il palco.

  4. “In una famiglia fatta da due madri, per un padre non c’è posto.”

    Forse in una famiglia che ha un suo equilibrio, non c’è posto per un elemento di stravolgimento. Il personaggio di Ruffalo non è un padre rifiutato, è un uomo che cerca di inserirsi in un contesto stabile. Comprensibile il suo desiderio, quanto l’istinto di conservazione della famiglia che lo rifiuta.

    Life sucks

    • …”è un uomo che cerca di inserirsi in un contesto stabile. Comprensibile il suo desiderio, quanto l’istinto di conservazione della famiglia che lo rifiuta.”.
      In realtà Ruffalo è un padre che viene cercato, e viene inserito in un contesto familiare: il film ruota attorno al fatto che sono i ragazzi che cercano lui, non il contrario. Quello che destabilizza il contesto è il fatto che i due ragazzi abbiano sentito il desiderio di conoscerlo, e di renderlo parte delle loro vite. Lui è l’elemento esterno, ma, vuoi o non vuoi, è fondamentale per quella famiglia, che senza il suo contributo non esisterebbe: è ancora più difficile, una volta fatto rientrare, rifiutarlo.

      • Certo, i figli lo cercano, come io ho provato a cercare mio padre ad un certo punto della mia vita. Ma se l’elemento nuovo è nocivo alla pace famigliare, non è strano un rigetto.

        Ripeto, sono i momenti difficili della vita, che coinvolgono tutte le famiglie, senza che si debba scomodare l’omosessualità. Poteva benissimo essere una famiglia dove i figli adottati cercano i loro veri genitori, poi si rendono conto che sono dei poco di buono e si pentono della decisione di cercarli…

        Sto litigando con wordpress per commentare…

  5. ….Attenzione però, qui stiamo parlando del reinserimento/accettazione del genitore naturale in una situazione strutturata, argomento complesso, che richiama un serie di elementi intimi e delicati, e che non mi sogno nemmeno di affrontare con superficialità. Quello che contesto io nel post è l’ovvietà con cui ci viene detto che la distinzione tra padre -uomo e madre -donna non conta, che la figura paterna e quella materna sono uguali, e intercambiabili, nella vita del figlio. Questo è un inganno: la distinzione tra il maschile e il femminile, tra padre e madre, è l’equilibrio naturale che sta alla base di ogni famiglia, ed è molto diverso dall’equilibrio che si costruisce quando uno dei due genitori (o tutti e due) vengono a mancare, o sono assenti nella vita del figlio. Il ritorno, la ricerca, il reinserimento dei genitori nel nuovo equilibrio è una tappa ancora successiva, rispetto a questa, e la sensazione è che il film la affronti con un filo di “pregiudizio” di fondo, che non mi convince per niente.

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