Ritorno alle origini

Una distesa di campi, tutti i toni del verde messi insieme, le rondini che volano nel cielo, il lago in lontananza, un silenzio, rotto dal suono della campana che suona i quarti, e dal ronzio delle Apecar che arrivano sulla piazzetta e sfrecciano davanti al monumento ai caduti. L’edicola chiusa, l’alimentari aperto, qualche ragazzo fuori dalla sala giochi. E il bar, vuoto.

Non è la crisi, è solo che i clienti sono tutti fuori, seduti a semicerchio all’ingresso, tutti uomini, i visi segnati dal sole, le mani segnate dal lavoro: una birra, un caffè, due chiacchiere e il controllo assoluto della piazza. Le donne sono poco più su sulla strada, guardano tutto da lontano, appoggiate al muretto: le vedi in lontananza, con i  bigodini nei capelli, e la retina colorata che li tiene, che chiacchierano.  Domani è domenica, ci si fa belle per il giorno di festa. Il sole, il lago, gli alberi verdi, l’odore dei prati, tutte quelle cose che tu guardi con lo stupore dei bambini (esistono ancora le rondini?), per loro sono scontate, le guardano da sempre, che c’è di speciale? Tu invece sì che sei  speciale per loro, sei nuovo, non ti hanno mai visto; eppure ti hanno osservato con attenzione fin dal tuo arrivo, fin da quando la macchina targata Roma si è fermata. Uno sguardo concentrato, dalla radice dei capelli alla punta dei piedi, ti attraversa mentre passi vicino: un attimo di disagio, poi al tuo “buongiorno” si sciolgono ampi sorrisi. Continueranno a parlare di te, quando sarai passato, ma no fa niente. In città a salutare non ci siamo più abituati, un “‘giorno” smozzicato è quanto di più cortese riusciamo ad immaginare nel corso delle nostre frenetiche giornate…

La strada davanti a te prosegue nel silenzio, rotto solo dal cinguettio degli uccelli, dalle voci delle case, dai giochi dei bambini, e da quella parlata così familiare, così cara al tuo cuore, che racconta storie di donne il cui nome inizia sempre per “La”, e di uomini che nella maggior parte dei casi hanno un soprannome, o si chiamano per cognome. Poi all’improvviso, il colpo al naso: qualcuno sta cucinando, chi lo sa cosa, un arrosto forse, ma il profumo che gira per la strada è così buono che ti fa venire voglia di andare casa per casa a chiedere. Nuvole all’orizzonte: “Il tempo oggi regge”, dice uno  mettendo la testa fuori da un portone da un portone “Domani, vedrai domani” risponde un altro, appena uscito per passeggiare. Il sole pallido ti accarezza gli occhi, che si riaprono stancamente, solo per vedere qualcuno che sta lavorando molto più alacremente di te: un ragno tesse la tela su un angolo della ringhiera del balcone, puoi vederne in lontananza la trama sottile e il movimento frenetico, regolare, così rilassante anche quello. L’occhio si perde nel verde, e lì, mimetizzato tra le colline, intravedi la rete del campo sportivo: si gioca oggi pomeriggio, le grida dei giocatori in campo arrivano fino a te.

Ci vivresti tutta la vita qui? No, ma in questo momento tutto quello che hai davanti agli occhi ti sorprende, e ti colma il cuore di riconoscenza, per la meraviglia di semplicità e natura che vedi davanti a te. Lontane le polemiche, lontani i rumori, la vista può spaziare, e riposarsi nel verde delle colline.

Ci vivresti tutta la vita qui? No, ma in certi momenti questo ritorno alla sana serenità, al silenzio, ai suoni veri, ai sapori originali, è una cura eccezionale. Ritorni al posto dove le certezze sono ancora certezze, dove la domenica è giorno di festa e ci si veste bene, ci si pettina con cura, i negozi sono chiusi,  dove alla messa della mattina ci sono tutti, e il coro accompagna con garbo la liturgia. Respirare quest’aria permette di riposare lo sguardo, e di ritemprare lo spirito: permette, a chi, come cantava Nino Ferrer anni fa “sta in città, non si ricorda più la primavera che colore ha”, di ritrovare quei colori e quei profumi che in città abbiamo perso, e di ricordarci che verso fanno le rondini quando volano, e che rumore fa il trattore.

Ci vivresti tutta la vita qui? No: la mia casa, gli amici, il motorino, l’umanità che sfreccia a mille davanti a me, i monumenti, i negozi, il cinema e il teatro, la farmacia notturna e il supermercato sotto casa, i ciclisti della domenica, e quelli di tutta la settimana, i turisti con i sandali e i calzini colorati, il mago Guarda e i suoi affiliati, piazza Navona e Campo de’ Fiori, la Chiesa Nuova e San Filippo mi mancherebbero, eccome. Però ogni tanto questo ritorno alla semplicità, è necessaria, per ricordarsi davvero come è fatto il mondo piccolo, così a portata di mano,  e per rendersi conto anche che spesso certi problemi e certe acciaccature di bellezza sono le stesse, nel piccolo centro e nella grande città, e hanno bisogno dello stesso intervento di cura nella Grazia. Torni a toccare le radici, a riprendere contatto con il passato che ti ha costruito, e ripensi ai nonni, agli zii, ai pranzi di Pasqua, ai pomeriggi d’estate, alle innumerevoli feste di compleanno passate qui, alle camerate con i cugini, agli scherzi con i cugini, alle chiacchierate fino all’alba con i cugini, alle paure e agli spaventi delle storie di fantasmi, alle partite a carte, alle risate fino alle lacrime e alle malinconie mai confessate. E ringrazi di poter ricordare tutto questo, di esserne parte.

Ci vivresti tutta la vita qui? No, però in questo momento, questo respiro riscalda il cuore, questo silenzio allarga la mente, lo sguardo che può spaziare oltre il metro e mezzo dal naso, mi fa ricordare il mio amico Giacomo, che per molto meno, con  lo sguardo bloccato dalla siepe, sapeva immaginare l’immensità, e la dolcezza di naufragare in essa.

Come cantava Gaber: “E’ grande la città, è bella la città, piena di luci e di colori, di gente che lavora e che produce”. La mia città è bella, posso dire che è la più bella quando è baciata dal sole, e quando è bagnata dalla pioggia, quando ti stordisce di bellezza e ti sbatte la storia dei secoli davanti al naso, senza bisogno che tu lo chieda. E’ bella la mia città, è grande, mi ha accolto da quando sono nata, e io le voglio bene.  Ma le voglio bene ancora di più quando mi distacco un po’ da lei, e torno qui. Alla base.

 

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5 thoughts on “Ritorno alle origini

  1. Bello quel tuo realismo racchiuso in quella risposta alla domanda: “Ci vivresti tutta la vita qui?”…
    Senza cadere nella nostalgia o nel sentimentalismo sai comunque esaltare la bellezza del borgo natio dei tuoi…

    Grazie M. Elena!

    Mario G.

    P.S.: sai credo che si tratti della mia regione, le Marche (indovinato?).

    • ….Ciao Mario! No, non sono (ancora) le Marche, siamo in Umbria, nella provincia di Terni. Avrò modo presto di scrivere anche sulle Marche, che frequento da sempre: un bel pezzo di cuore (e di radici) sta anche lì!

      Grazie, a presto!

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