Tra le righe

E’ come riaprire un libro letto miliardi di volte, e ritrovarci dentro le stesse cose: una piega all’angolo della pagina, una riga sottolineata, un fiore raccolto chissà dove ormai secco e senza colore, una fotografia, o un segnalibro, accanto alla frase che avevamo promesso di tenere sempre presente nel cuore, e che magari ci siamo dimenticati.

Riprendere in mano un vecchio spartito di musica è più o meno la stessa cosa.

Una piccola premessa, per chi magari è arrivato dopo e si è perso i post iniziali del blog: una decina di anni fa studiavo il pianoforte. Certo non ero un genio della musica,  avevo (ho) seri problemi di memoria, per anni gli amici non hanno avuto risposta alla classica frase “ e dai, suonaci qualcosa!”, e possiamo anche discutere sulla portata del termine “studiare”, ma me la cavavo abbastanza bene, e nel tempo mi ero tolta le mie soddisfazioni. In tanti e tanti anni di lezioni, avevo imparato a muovere agilmente le dita sulla tastiera, ad usare il pedale con garbo, ad abbellire ogni pezzo con le espressioni del caso, scoprendo di essere particolarmente portata per i  rapidi passaggi dai “fortissimo” ai “pianissimo, quasi sussurrando”, di certi brani di Chopin. Non ho mai voluto prendere titoli e diplomi, perché già mi bastava la scuola, e poi l’università, e il pianoforte era e doveva rimanere per me lo spazio di sfogo, il porto sicuro in cui solo io potevo approdare.

E’ così ancora oggi. Pur avendo smesso le lezioni da anni, il pianoforte è ancora oggi per me un luogo di rifugio, il posto dove tornare a sfogarmi,  dove ritrovare vecchi amici persi di vista, e magari buttare fuori la rabbia accumulata nel tempo. Me ne sono accorta di nuovo qualche giorno fa, quando dopo non so più quanti mesi, ho sollevato la sciarpina rossa dai tasti, mi sono seduta sullo sgabello mezzo rotto, ho riaperto il mio spartito, e ho ripreso a suonare. Devo dire che lo smalto non era più quello di una volta, le dita arrancavano, le mani erano rigide, la schiena dopo un po’ chiedeva pietà, e anche la lettura era un po’ offuscata, però io ero lì. E quando ho riaperto lo spartito, ci ho ritrovato tutto quello lasciato lì negli anni.

Tra le righe del pentagramma ci sono i segni e le indicazioni scritte dalla mia insegnante, e quelle scritte da me per fissare i concetti; c’è la preoccupazione di non arrivare alla fine del rigo e di sbagliare quel passaggio di dita così complicato, e restare ferma immobile, in silenzio, davanti a tutti, come successe a quel concerto, mille anni fa. C’è la fatica e la noia dello studio, la paura del giudizio, la soddisfazione per il successo; ci sono i ricordi del passato, la facce di tante persone che hai amato, e di altre che avresti voluto picchiare a colpi di scale di semicrome, sparate a tutta velocità; c’è mio padre che innaffia il terrazzo e fa finta di non sentirmi, mia madre che si affaccia per dirmi di andare a tavola, il mio gatto acciambellato sulla poltrona, che sonnecchia come se niente fosse.

Ci sono le lacrime ricacciate indietro, le parole non dette, i “grazie”, “Scusa” e i “ti voglio bene” non espressi, c’è la forza di riprendersi dopo la caduta, e di tenere stretti i denti nella sofferenza, come quando nella Passacaglia di Haendel ripeti, pestando sui tasti, la scala del terzo movimento.

Oggi c’è la consapevolezza che quello che ho lasciato tra le righe è parte di me, ma anche la certezza che la mia vita è molto di più di quello che è fermo tra le note: per questo forse oggi, tra le righe c’è anche la gratitudine di poter suonare di nuovo, ma con la certezza che la disperazione, e il senso di vuoto, quella voce che non riesco ad esprimere, e quel grido che non ho voce per tirare fuori, non sono più assoluti, non fanno più così paura.

Per questo, forse, da tempo non suonavo più: oggi so a chi affidare la disperazione, dove poter portare tutta la mia piccolezza e la mia difficoltà, oggi conosco il nome e il volto di chi prende su di sé il senso di vuoto, la fatica e il dolore, fino alla morte, e non lascia che mi opprima, o segni in modo indelebile lo spartito della mia vita. Così il mio pianoforte torna ad essere quello che nel cuore è sempre stato: un luogo dove posso divertirmi a parlare una lingua diversa, un abbraccio accogliente, dove ritrovo un passato più dolce di quanto potessi ricordare,  che non schiaccia più sotto il peso dei rimpianti, ma che ti saluta da lontano, e a cui in certi momenti posso dire anche grazie.

Ed è un altro posto ancora in cui ritrovare lo stesso Amico, in cui poter parlare con Lui, e suonando al meglio delle mie arrugginite possibilità, rendere grazie a Lui per la bellezza e la perfezione che scorrono di fronte agli occhi… e sotto le mie dita.

PS. ( per amici stretti e parenti): in generale quando mi vedete suonare a porta chiusa, nel dubbio, aspettate pazienti, e aprite con cautela: potrei reagire come il piccolo Schroeder con Lucy….

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2 thoughts on “Tra le righe

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