Ma tu ci credi ancora?

Erano anni che non li vedevo. Un po’ per prigrizia, un po’ per nostalgia, un po’ perché mi sembra di conoscerli a memoria, i filmini girati da mio padre. Dagli anni ’60 ad oggi, minuti su minuti di girato, in bianco e nero e a colori,  che raccontano feste di famiglia, vacanze al mare, partite di calcetto, e giochi di ragazzi.

Li ho rivisti qualche giorno fa:  bambini diventati grandi, grandi diventati adulti, tanti che non ci sono più; rughe in più e capelli in meno, chili in aggiunta e muscoli guizzanti persi nella nebbia degli anni. E poi il sorriso di mia madre, le mani di mio padre, la fossetta di mia sorella, la mia frangetta perennemente spettinata, i miei zii con i loro amici. Nello stesso tratto di spiaggia, facendo le stesse cose che facciamo oggi. Lacrime di capricci, abbracci di allegria, chitarre in spiaggia, bagni con le mareggiate,  e anche gioie, silenzi, e  tristezze che la cinepresa non racconta, ma gli occhi e la storia di ogni cuore sì. Cose che cambiano e altre sono rimaste uguali nel tempo,  a colori e in bianco e nero.

Erano anni anche che non vedevo “La vocazione di San Matteo” di Caravaggio, a S. Luigi de’ Francesi. Se sei fortunato, e qualche turista prima di te ha messo una moneta per illuminarla, ti appare in tutto il suo splendore. Un banco delle imposte, una manciata di monete sul tavolo, due personaggi intenti a contare, altri tre girati verso la luce che arriva dalla porta. Seguendo il loro sguardo ti accorgi di altre due persone, che puntano il dito per chiamare uno, che, stupito, si indica. Secondo i libri di storia dell’arte, Caravaggio ha voluto immortalare l’ episodio che Matteo stesso racconta nel suo Vangelo (Mt. 9,9), calandolo nel tempo e nella storia, giocando sugli abiti dei personaggi: quelli seduti al banco delle imposte, e Matteo che si indica,  sono vestiti secondo gli abiti del ‘600, Gesù e Pietro, sulla porta, invece, ritratti in abiti della loro epoca. Un mezzo per testimoniare un evento avvenuto nel tempo, nel passato ma anche nel presente di ogni storia.

Perché evidentemente si sono cose che cambiano e altre che restano uguali. Cambiano le mode, i gusti, i mezzi di comunicazione, gli strumenti tecnologici e quelli di lavoro, cambiano le città, i mezzi di trasporto, la geografia degli stati,  la cultura e i costumi. Cambia la società, e come sappiamo bene di questi tempi, cambia l’economia, e con essa cambia la politica. Restano nel tempo invece le cose più belle e quelle più semplici, che si guadagnano un posto nell’immortalità: i capolavori dell’arte, della musica, le meraviglie della natura, gli spettacoli inaspettati, le testimonianze di vite straordinarie, i giochi dei bambini.

Tra le cose che non cambiano mai c’è il cuore del’uomo. Dall’antichità ad oggi abitato sempre dagli stessi desideri, dagli stessi sentimenti, dagli stessi sogni. Non cambia mai la sete di pienezza , non cambia il desiderio di bene, non cambia la voglia di essere felice, e di fare felici gli altri. Non cambia nemmeno il modo in cui viene tentato, in cui viene spezzato, spaventato e annientato,  il modo in cui chiede aiuto.

Amore e odio, violenza e pace, bene e male, bello e brutto, convivono da sempre, combattendo sempre allo stesso modo, seppure con armi diverse. E come certezza costante in ogni vita, la spinta verso il totale, la pienezza, il desiderio di completezza, la voglia di essere amati, considerati, curati.

“Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno” (Mc. 13, 31), abbiamo letto ieri nel Vangelo. Inquietante e rassicurante allo stesso tempo, ci ricorda l’eternità delle parole di Gesù. Parole che non vengono scalfite dal tempo, perché  nella verità rispondono a quella sete di eternità  scritta nel cuore di ogni uomo, e parlano alla parte più intima di noi; parole che rimangono valide in ogni momento della vita, in ogni palpito, in ogni istante (tanto che dopo duemila anni ancora   le ripetiamo), perché rispondono ai bisogni che cerchiamo di soffocare nel cuore.

Abbiamo sete e dobbiamo essere dissetati ad una fonte che non muore mai. Abbiamo fame e dobbiamo esser sfamati da una cibo che non si esaurisce, abbiamo desideri di eternità e di amore che possono essere colmati solo da una promessa che costa il sacrificio, dal riconoscimento del nostro essere figli, dalla consapevolezza che la nostra vita si realizza  solo quando è affidata nelle mani di qualcuno più grande di noi, che ci ama dall’inizio, e che ha parlato e continua a parlare a nostri cuori, dalla pagine delle Scritture, e nel silenzio della preghiera intima e personale.

Le parole delle Scritture e del Vangelo bruciano di verità e salvezza ancora oggi, e ci raccontano come è fatto il cuore dell’uomo, e come viene curato. La partita di ogni vita si gioca nella scelta tra il crederci ancora, e credere ancora che  Lui è alla porta e bussa, o nel non credere, nel tenere la porta chiusa, e andare avanti con la vita alla ricerca della salvezza nelle parole di altri, o nelle proprie.  La partita di ogni vita si gioca nel rispondere o no a quella chiamata, nel voler vedere chi ti chiama per nome,  o nel non vederlo.

Perché lo stupore di Matteo che vede Gesù e si indica con il dito, il senso di inadeguatezza, di tristezza, di fame e sete di tutto, è la stessa. Insieme alla paura di perdersi, di non avere più controllo, di sprecare la vita, di rimanere delusi. Dall’altra parte della porta, però, anche  la Misericordia e la Grazia, l’Amore  di Cristo che offre la vita e non muore, rimangono sempre le stesse, in ogni tempo, e per ogni uomo, nel 1600 come oggi, in bianco e nero e a colori. Lui rimane, ed attende,  e crede, e non si stanca di chiamare, con noi “tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt.28, 20), anche se noi – spesso –  lo dimentichiamo.

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One thought on “Ma tu ci credi ancora?

  1. Sai, non avevo notato quel dettaglio delle vesti di Gesù e Pietro. Ti ringrazio e spero di poter tornare un giorno a Roma e vedere dal vero il quadro di Caravaggio.

    Un caro saluto, con affetto e stima!

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