Senza stancarsi

speranza

“Erano tempi oscuri, senza legge, né ordine”, dice la voce narrante all’inizio del film “La spada nella roccia”. Ha appena raccontato con tristezza la storia della spada prodigiosa che nessuno riesce ad estrarre per diventare re d’Inghilterra, di un trono senza corona e di un miracolo che non si è compiuto e che è stato dimenticato. Sappiamo che il film finisce bene.

Tempi oscuri, comunque, come quello che stiamo vivendo oggi: crisi economica, crisi politica, crisi di governo, disoccupazione alle stelle, pochi soldi, e la prospettiva di un anno nuovo all’insegna delle elezioni, che rischiano di essere un film (brutto) visto e rivisito. Se ci mettiamo poi le difficoltà che ognuno di noi trova ogni giorno sulla propria strada, il quadro di disperazione è completo. E tra poco è pure Natale.

Natale vuole dire speranza, e che la speranza è sempre l’ultima a morire. Ma che significa oggi? Possiamo crederci ancora? Cos’è davvero la speranza?

Secondo il vocabolario della lingua italiana, la speranza è  “l’aspettazione fiduciosa di qualcosa in cui si è certi, o ci si augura, consista il proprio bene, o di qualcosa che ci si augura avvenga secondo i propri desideri.” Questa è la versione base, quella che tutti più o meno conosciamo. Perché, diciamolo, tutti siamo proiettati al futuro,  anche solo per aumentare la dose di angoscia, per farci attanagliare di più dalla preoccupazione, anche solo per vedere che regalo ci farà zia Peppina, o se mai, e come, finirà Beautiful.

Ma esiste anche una speranza più grande. E’ speranza di felicità vera, di salvezza, di rinascita e rinnovamento completa. Una Speranza maiuscola.

E’ la Speranza come virtù teologale, cioè – cito dal catechismo della Chiesa Cattolica – “desiderio del regno dei cieli e di vita eterna come nostra felicità, riponendo la nostra fiducia nelle promesse di Cristo e appoggiandoci non sulle nostre forze, ma sull’aiuto della grazia dello Spirito Santo”. Una virtù non basata sul niente, ma “sull’aspirazione alla felicità, che Dio ha posto nel cuore di ogni uomo”.

La Speranza considera tutto quello che c ‘è nel cuore, non lascia niente perduto. E’ la Speranza che le scritture di questi giorni ci ricordano incessantemente, parlando al futuro di un re che deve venire, di una vita che nasce, e cambia il mondo. Strade che si appianano , monti che si abbassano , burroni che vengono colmati: pericoli che si allontanano, sentieri che diventano più semplici, rinnovamento. Tutto per un bene maggiore. La Speranza che celebriamo ci ricorda che  la nascita di Cristo porta una rivoluzione, e permette di ripartire, oltre quello che vediamo,  oltre la tristezza della luci dei negozi, oltre la tristezza di famiglie spezzate, di figli non nati, di donne e uomini delusi e soli e di bambini non amati, di soldi che mancano e di lavoro che non c’è. E ci ricorda che tutto, di nuovo, può cambiare.

Come la Fede e la Carità, però, anche la Speranza va alimentata con costanza e fermezza, perché l’abisso della disperazione è sempre pronto ad inghiottirci. Va nutrita dei sogni e dei desideri di verità e bellezza più profondi, e di quella tensione verso l’infinito a cui tutti aspiriamo;  di abbracci e baci, risate e lacrime, immagini di bellezza,  musica e piccole gioie quotidiane. E  di dosi massicce di preghiera. Ce lo insegnano i santi, portatori di Speranza, che spiegano e aiutano con la loro testimonianza a custodire la fiamma. Come Madeleine Delbrèl. Non mi allungo a raccontare la sua storia, che ho scoperto da poco, si trova tutto sul sito de “Gli scritti”. Ma la Delbrel ci aiuta a ricordare che la presenza fondamentale della preghiera come linfa vitale delle nostre giornate,  con queste parole:

“…sono sicura, mio Dio, che Tu mi ami e che in questa vita così ostacolata, stretta tutt’intorno dalla famiglia, dagli amici e da tutti gli altri, non può mancare quel deserto in cui ti si può incontrare. Non si arriva mai al deserto senza avere attraversato molte cose, senza essere affaticati da una lunga strada, senza strappare i propri occhi al loro orizzonte abituale. Si guadagnano i deserti, non si regalano. I deserti della nostra vita, non li strapperemo al segreto delle nostre ore umane, se non faremo violenza alle nostre abitudini, alle nostre pigrizie. E’ difficile, ma essenziale al nostro amore. Come lunghe ore di sonnolenza non valgono dieci minuti di sonno vero. Così è della solitudine con Te. Ore di quasi solitudine sono per l’anima un riposo minore che un tuffo istantaneo nella Tua presenza. Non si tratta di imparare l’ozio. Bisogna imparare a essere soli ogni volta che la vita ci riserva una pausa. E la vita è piena di pause, che noi possiamo scoprire o sprecare. Nella più pesante e grigia giornata, quale splendida gioia per noi la previsione di tutti questi incontri sgranati…

Quale gioia sapere che noi potremo al tuo solo volto levare gli occhi, mentre il telefono sarà occupato, mentre, alla fermata, attenderemo l’autobus in ritardo, mentre saliremo le scale. Che straordinaria passeggiata, sarà per noi questa sera il ritorno in metrò, quando s’intravedranno appena le persone incrociate sul marciapiede. Quali “vantaggi” per te sono i nostri ritardi, quando si attende un marito, degli amici e dei figli. Ogni fretta di ciò che non arriva è molto spesso il segno di un deserto. Ma i nostri deserti hanno rudi divieti le nostre impazienze, le nostre fantasticherie, il nostro torpore. Perché noi siamo fatti così! Non possiamo preferirti senza un minimo di lotta, e Tu, nostro Diletto, sarai sempre messo da noi sulla bilancia con questo fascino, con questa ossessione logorante delle nostre quisquilie.”

L’incontro costante e quotidiano con Lui, da ricercare con fatica nella frenesia delle nostre vite,  il pregare sempre senza stancarsi applicato alla trama delle nostre giornate, nei piccoli deserti di silenzio, e nelle battaglie di cui è costellata la nostra esistenza. Questa è la linfa vitale che nutre la speranza contro ogni abisso di disperazione, per renderla più viva, incapace di essere scalfita dal mondo, radicata nella verità, oltre l’illusione e l’andamento incostante delle emozioni. Questo è lo strumento indispensabile per costruire la base solida della nostra vita, per difenderci dal nemico,  per ricordarci che da soli non siamo in grado di fare nulla, e farci conoscere ancora meglio e di nuovo, la bellezza dell’abbandono alle mani del Padre, e prepararci ad accogliere di nuovo, tra pochi giorni, il Figlio.

In attesa del futuro, nella certezza che tutto concorre al bene di chi ama Dio, senza stancarsi di pregare e sperare. Come Lucy con Schroeder. Con buona pace dei Maya.

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One thought on “Senza stancarsi

  1. Grazie per avermi fatto conoscere Madeleine Delbrèl (grazie anche a padre Antonio M. Sicari che non si stanca mai di farci rivivere la vita di questi uomini e donne vere, cioè santi!) e questo suo brano da condividere e meditare a fondo.

    Tante belle cose cara Maria Elena!

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