Il rischio e la Parola

Benedetto XVI preghiera

Storia di un post complesso, scritto su carta giorni e giorni fa e dimenticato, scritto e riscritto nella testa in continuazione, scritto al computer e buttato via. Ecco perché arrivo così tardi.

Ne ho sentite davvero tante sul Papa in questi giorni. Da quando ha dato l’annuncio delle sue dimissioni, ho sentito rincorrersi voci su voci, in tv, sui giornali, su internet, camminando per strada, tra gli amici.

Rabbia, paura, sconcerto, tristezza, smarrimento, incredulità: questi i sentimenti che potevi sentire da vicino, o sulla tua pelle, subito dopo la notizia, presto seguiti da commenti pieni di ironia, sarcasmo, cinismo, speranza, fiducia, fede…e infinita ignoranza.

Ho sentito tante voci, forse pure troppe. Ho sentito parlare di Benedetto XVI come di un vecchietto che ha perso la ragione, che si è messo in testa che non ce la fa più, e quindi ha deciso di mollare, all’improvviso, un po’ come fa mia zia  ultra-ottuagenaria quando decide che non vuole più camminare, e scivola a peso morto sulla porta del bagno.

Ne ho sentito parlare come di un egoista,  un capo che lascia l’incarico nel momento in cui c’è bisogno di lui,  la figura di riferimento che ci  molla così, alla vigilia delle elezioni, senza alcuna guida, né politica, né spirituale. Buffo che in molti casi abbia sentito parlare così gente per cui prima dell’11 febbraio la presenza del Papa  nel mondo aveva la stessa importanza del due di coppe quando regna bastoni.

Già, perché ci sono le elezioni tra pochi giorni, e a questo proposito ho sentito anche parlare del Papa come abile stratega politico, che ha scelto di scendere dal trono per influenzare in qualche modo l’elettorato cattolico verso il voto (voto per chi, poi, la mente illuminata che ha formulato questo pensiero me lo dovrebbe davvero suggerire).

E poi ne ho sentito parlare come di un debole, un molle, un fiacco sacerdote anziano, che non avrebbe capito che quando si accetta di diventare Papa, si abbraccia un impegno perenne, e non è che te ne puoi andare quando ti pare, perché “la croce è la croce, e non si scende”. Certo, dobbiamo spiegarglielo noi al Papa come si fa il Papa, un po’ come dobbiamo spiegare ai calciatori come si gioca a calcio quando perdono, ai giudici come si danno le sentenze, agli chef come si cucina un piatto, e ai sacerdoti come si celebra la messa, o come si dà l’assoluzione.

Ma tra le tante cose che ho sentito in questi giorni,  a parte le scemenze più assurde, e le battutine non richieste da parte di chi il Papa  non se lo è mai filato, la voce più infida e fastidiosa è una sola: quella che fa il confronto tra Benedetto XVI e Giovanni Paolo II.

Una voce frutto di una tentazione diabolica, che ho sentito serpeggiare fin dall’elezione di Ratzinger, e poi per le strade di Colonia alla Gmg, e poi di continuo,  in ogni nuova tappa di questo pontificato.

Troppo erudito, questo papa tedesco, troppo distaccato e rigoroso, troppo freddo e razionale, con una comunicativa che non coinvolge, un carisma che non traspare, una tenerezza verso i fedeli che non si percepisce, una voce troppo flebile per essere autoritaria, e un sorriso troppo poco aperto per essere simpatico. Meglio l’altro, uomo di cuore e di pancia, capace di accogliere tutti, di amare tutti, di farsi capire da tutti, di essere degno rappresentante della Chiesa che ama e accoglie, che perdona, che va avanti e si modernizza.

Ecco i risultati meschini a cui porta il gioco del confronto: mettere in luce solo alcune cose, e non dare giustizia alla grandezza della fede e dell’opera di questi due uomini di Dio, che in momenti diversi, in modo diversi, ma animati dallo stesso Spirito, hanno fatto cose grandi per la Chiesa. Nel confronto ricordiamo solo quello che ci indica la pancia,  e mettiamo da parte la testa, non pensiamo in grande, ma ci limitiamo al piccolo delle nostre sensazioni. E poi nell’abbracciare la tentazione al confronto rischiamo  davvero grosso: perché possiamo fermarci qui, e limitare l’errore, mantenendo la fede. Oppure possiamo arrivare ad abbracciare una tentazione ben più grande, oggi che il papa tedesco rassegna le dimissioni : quella di pensare che in fondo, quel 19 aprile del 2005, ci sia stato un errore.

Spingendoci più in là con la punta del forcone, il Nemico può portarci a pensare che lo Spirito Santo, che guida nella Cappella Sistina le scelta dei cardinali per il nuovo Papa, abbia sbagliato mira, e abbia scelto il cardinale più debole e sprovveduto, invece di puntare su quello più forte, più giovane, più “moderno” che magari era seduto proprio accanto. E quindi, all’estremo, se lo Spirito Santo ha sbagliato, ora è chiamato a correggere il tiro,  sempre che non sbagli ancora.

Ecco che quindi la tentazione del confronto ci porta  a perdere la fede, ci indebolisce nella fiducia, ci fa fermare nella preghiera. E ci irretisce nel ricordo dei Papi del passato, nella venerazione di immagini edulcorate e troppo adattate al nostro gusto (io me la ricordo la tenerezza di Papa Giovanni Paolo II, ma ricordo anche la durezza di certe posizioni, e ricordo anche che gli stessi mezzi di comunicazione che oggi celebrano la sua resistenza fino alla fine,  negli ultimi periodi di pontificato chiamavano a gran voce le dimissioni, ritenendo poco opportuno mostrare così apertamente una condizione di sofferenza e malattia terminale). Accarezzare l’idea del confronto vuol dire perdere di vista la realtà.

Dobbiamo difenderci a vicenda da questa tentazione, come dalla tentazione alla rabbia, alla delusione, alla disperazione: Benedetto XVI ha scelto di dimettersi, lo ha fatto dopo aver esaminato a lungo la sua coscienza di fronte a Dio, lo ha fatto dopo anni di pontificato durissimi, pieni di attacchi e di ferite, che rimangono ancora aperti , e ha traghettato la Chiesa attraverso tempeste devastanti. Malato, non malato, sicuramente stanco e avanti negli anni, certamente meno forte per imbracciare lo scudo e rispondere agli attacchi colpo su colpo, lascia spazio a qualcuno che sappia combattere la stessa battaglia per il Bene e  la Verità al posto suo.

Alla fine, forse, a noi non servono tutti questi dettagli. Ci basti la Grazia, come ci insegna san Paolo, in questo momento di debolezza e smarrimento (2Cor. 12,9). Ci basti la fiducia in un uomo a cui certamente non dobbiamo insegnare noi cosa significa fare discernimento, pregare in silenzio, mettersi  a nudo di fronte al Signore, e fare il bene della Chiesa. Ci basti la potenza dello Spirito Santo, che rinnova ogni cosa, e saprà indicare alla Chiesa il suo nuovo Pastore. Ci basti il silenzio della contemplazione, che proprio Benedetto XVI ci ha insegnato ad apprezzare, e che ci prepara ad un saluto pieno di affetto e riconoscenza per chi lascia, e pieno di speranza e fiducia in chi arriverà.

E infine, tra tante parole inutili, ci basti la sola Parola di Gesù Cristo, che quando ha fondato la Chiesa e l’ha affidata alle mani ruvide e alla vita di un pescatore di Galilea, pronto a rinnegarlo nel momento più difficile, ci ha assicurato che comunque le porte degli inferi non prevarranno.

 

Annunci

2 thoughts on “Il rischio e la Parola

  1. Ciao,

    ci siamo conosciuti a San Pietro, due lunedì fa. ci ha presentato Don Fabio.

    Questo tuo articolo mi è piaciuto molto in quanto è intenso e pacato al tempo stesso.

    Se consiglierò la lettura dal mio Blog.

    Pace e Bene

    Guido

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...