Come un abbraccio

Ultima udienza per Papa Benedetto XVI

<<Ma Rosalba dove sta?>>. La domanda sorge spontanea, in mezzo alla folla.  Siamo in tanti, in fila, per cercare di entrare su Piazza San Pietro: giovani e meno giovani, sacerdoti, turisti, curiosi, reporter armati di macchine fotografiche, volontari. Baciati da un bel sole caldo, e benedetti da un cielo limpido, che quando Roma ci si mette è proprio un regalo, in un giorno storico per la Chiesa: l’ultima apparizione pubblica di papa Benedetto XVI, l’ultima udienza, l’ultimo abbraccio ai fedeli, l’ultima benedizione.

In tanti hanno sulla spalle ore di viaggio, sono stanchi, sono commossi, sono provati dalla fatica, dalla tristezza, dal peso del risultato delle elezioni, e al quel senso di smarrimento. E tra tutti questi ,Rosalba non si trova, chissà dov’è finita. Magari è già entrata in piazza, e i suoi compagni di viaggio non se ne sono accorti, e ora è già piantata lì davanti, pronta ad accogliere il Papa appena arriva; mica come me, che sono in fondo, e non vedo niente, circondata da una signora che si lamenta, perché è troppo piccola e vede solo teste; da un ragazzo che scatta foto con l’Ipad, parlando di un compagno di scuola che, pensa un po’, << ha detto che da grande vuole fare il prete>>,  e dal suo amico che si sistema i capelli, con il cipiglio di Fonzie che entra da Arnold e fa partire il juke Box. Un gruppo di sacerdoti sgrana il rosario in una lingua sconosciuta, una ragazza al telefono,  si guarda intorno alla ricerca degli amici, stretta tra la folla.

Un boato l’inizio di un applauso, le grida, le bandiere, e dove sono io, una schiera di braccia alzate, armate di telefonini, macchine fotografiche e tavolette: lo capisco così che il Papa sta passando, per l’ultima volta, con la Papa mobile, per l’ultima volta a toccare e benedire, a stringere le mani, a salutare i bambini. Il sole scotta sulla faccia, o forse è solo l’emozione, o forse è solo la gente che ti sta addosso, o forse è la preoccupazione per  chi, come Rosalba, chissà dov’è, chissà se il Papa lo sta vedendo,  chissà se già piange, come vorrei fare io. Il saluto in mille lingue, la lettura di san Paolo, e poi quella voce così cara, così familiare, che arriva, piano e delicata fino a noi.

Parole di tenerezza infinita, che parlano di appartenenza, di amore,  di gratitudine, di sempre e per sempre, di brezza leggera e di tempesta; parole di commozione e saluto, di paternità e presenza, nel testo di un discorso che ripercorre quasi otto anni di pontificato. Non devo commentarle io, queste parole, che hanno risuonato nel mio cuore, lo hanno accarezzato, lo hanno cullato nell’ultimo saluto, fino alla commozione che incredibilmente non riesce ad esprimersi e rimane chiusa dentro, nel silenzio, nella preghiera, in quel “viva il Papa” che rimane bloccato nella gola. Parole solide, piantate, commoventi nella loro verità, che parlano a tutti, che sono per tutti, che danno a tutti la chiave di lettura per comprendere Benedetto XVI e il suo pontificato, e in generale il senso del servizio nella Chiesa. Un testamento pieno di dolcezza, pronunciato davanti ai fedeli. Una bomba, che tutti dovrebbero leggere, atei e credenti, tiepidi e calorosi, scettici, dubbiosi, fino all’ultimo degli atei, al più avverso degli avversi: tutti dovrebbero regalarsi il tempo per avvicinarsi a queste parole, per staccarsi un attimo dalla catene del pregiudizio, dal bisogno di ironizzare su tutto e tutti, di dissacrare anche i momenti più delicati, di criticare tanto per farlo, o di romanzare tanto per dare quella vena di sentimentalismo becero a tutto.

Non so dirlo con più delicatezza, e mi dispiace, ma credo che chi si toglie questa opportunità, da oggi ha un po’ meno diritto di criticare Joseph Ratzinger. Chi non si vuole prendere il tempo per leggere questo discorso, deve allora fare un sforzo in più per il silenzio, deve prendersi più tempo per riflettere, o semplicemente per alzare le mani di fronte a ciò che non conosce e che non ha voluto neanche provare a conoscere. Il resto è la storia di un evento epocale, di una giornata che apre già alla tristezza che proviamo oggi.

Perché oggi, inutile dirlo, siamo tristi. Vedere l’elicottero alzarsi, e volare su Roma, con le campane che suonavano a distesa su Roma, ci ha commosso. Come l’abbraccio di un papà stanco e anziano. Alle 20.00 si spezza il sigillo, si chiudono gli appartamenti, alle 20 inizia la sede vacante. E noi ci sentiamo già mancare la terra sotto i piedi. Da oggi, fino all’elezione del nuovo Papa, saremo accompagnati quel misto indicibile di malinconia e abbandono, di speranza e nostalgia, e per la prima volta nella storia potremo pensare a lui, al Papa Emerito, che inizia il suo nascondimento a pochi chilometri da San Pietro.

Diamoci il tempo per versare qualche lacrima, per metterci in silenzio, per ringraziare del dono di questo Papa, di questo padre, di questo maestro, che ha accompagnato, e in qualche modo continuerà ad accompagnare la Chiesa. Diamoci il tempo per maturare il distacco, per assimilarlo nel cuore, per accogliere chi arriverà. Con la certezza di aver conosciuto un grandissimo Papa, che attraverso i suoi gesti timidi ci ha trasmesso per otto anni una carezza di grazia. A me, a te che stai leggendo, a chi rimane sullo sfondo, non parla e non dice, a chi lo ha criticato, offeso, tradito, sbeffeggiato, e adesso si sta perdendo l’abbraccio più bello, o, al contrario, lo sta scoprendo.

E a Rosalba, ovviamente. Chissà se alla fine si è fatta trovare.

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One thought on “Come un abbraccio

  1. Come avrei voluto esserci anch’io con voi li a salutare il Santo Padre, a testimoniargli la mia gratitudine. Lo potuto fare solo nel silenzio delle mie frenetiche giornate di lavoro e nell’incessante preghiera…
    Grazie Maria Elena che ci condividi questi tuoi (nostri) incontri romani…

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