E se invece….


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Ah, bene, sei tornata. Si può sapere che fine hai fatto?  – Hai ragione, blog, scusami, ho avuto da fare…. – Scusami un corno! Che si lascia il blog così? Ero in pena da morire!! Cosa hai fatto in tutto questo tempo? – Eh, niente, ho ascoltato, ho parlato, ho visto gente, ho letto, ho guardato al realtà intorno a me, per maturare un po’ di contenuti….- Almeno mi hai portato un po’ di cioccolata? – In realtà no.  – Lo sapevo.

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E’ vero, in questi giorni prolungati di assenza, mi sono guardata molto intorno, e mi sono riempita le orecchie di alcune parole particolarmente ricorrenti di questo periodo, legate ai fatti di cronaca delle ultime settimane: vita, morte, vittoria, risurrezione, umiltà, esperienza, viaggio, tributo, ricordo, dolore, rabbia, vergogna, noia, immortalità. E ho avuto l’ennesima conferma che in questa fase di crisi e di smarrimento generale, le nostre cronache ruotano intorno a storie di disperazione e morte.

Qualche giorno fa ho visto il film “Bianca come il latte, rossa come il sangue” tratto dall’omonimo romanzo di Alessandro D’Avenia. Senza dilungarmi troppo nel giudizio sul film (dico solo che ho apprezzato molto, molto di più il romanzo), confesso che una cosa mi è rimasta impressa, uscita fuori dal cinema: la canzone dei Modà che fa da colonna sonora. E’ una ballata sul senso della vita, decisamente non una della mie canzoni preferite, e che questa simpatica caratteristica di piantarsi in testa e non uscire più. Alla centesima ripetizione, al millesimo gorgheggio, inizi a cercare di afferrare il senso del testo, e siccome  so che le parole sono importanti, anche nelle canzoni, ho iniziato a ragionarci su.

“Ti immagini se invece si potesse non morire?”, recita il martellante ritornello. Certo che me lo immagino, nessuno vuole morire, tutti vorremmo vivere in eterno, combattendo contro il fatto che ogni vita ha un inizio, e un termine, che nella maggior parte dei casi non possiamo decidere noi. Se davvero però questa storia del non morire fosse possibile, avrei alcune tante domande da fare, tipo come continueremmo a vivere, in che condizioni, in che corpo, e in che periodo della vita. Perché è ovvio che l’istinto all’immortalità chiama la bellezza della giovinezza, della forza, della potenza del fisico, della libertà e del benessere,  e che nessuno vorrebbe mai essere immortale nel corpo di un novantenne, o di un malato, continuando eternamente a portarsi dietro i limiti di un corpo che non segue i tuoi desideri. Chi vorrebbe ripetere l’errore della dea Eos, l’aurora, che chiedendo l’immortalità del suo amato Titone, si scordò di chiedere per lui la giovinezza, costretta così a vivere per l’eternità con un uomo sempre più vecchio?

Se si potesse non morire, non avremmo il problema di accogliere gli insegnamenti di chi ci ha preceduto, di farne tesoro, di ricordare e ripetere con rispetto gesti visti e rivisti, e racconti ascoltati mille volte dei nostri nonni e dai nostri padri. Non avremmo la spinta a guardare al futuro, confinati come saremmo in un eterno presente, né avremmo il desiderio di costruire qualcosa di buono, che rimanga dopo di noi, coscienti del fatto che la nostra vita ha un termine; costretti in una sola dimensione saremmo ancora più disperati, non conosceremmo più l’indignazione, non combatteremmo più per niente.

Se davvero potessimo non morire, non lasceremmo spazi alla vita degli altri, non avremmo più la speranza che viene dalla nascita di nuove vite, non potremmo mai far provare ad altri la dolcezza dell’amore che dona la vita, e quella dell’”abbraccio di una madre e un padre” tanto per continuare a citara la canzone. Se si potesse non morire, se si potesse continuare a vivere eternamente, non verremmo mai messi di fronte al mistero di Dio, non ci faremmo mai e poi mai interrogare dalla sua presenza, dalla sua esistenza, non avremmo mai il dono di arrabbiarci con lui, di non capirlo , di rinnegarlo, e nemmeno di provare l’esperienza del suo perdono, e della sua misericordia, del suo amore sulla nostra vita.

Meglio l’ironia dissacrante di Enzo Jannacci, che in una delle sue canzoni più celebri cantava “Si potrebbe andare tutti quanti al tuo funerale, per vedere se la gente poi piange davvero, e scoprire che per tutti è una cosa normale”, e tornare così al sano realismo, per poter dire che si può parlare di morte in una canzone, e allo stesso tempo raccontare la vita, piccola e misera di ciascuno di noi, per capire ancora di più l’importanza dell’ attenzione al presente, e dello sguardo al futuro,  per cercare fino alla fine quella speranza che oggi sembra così lontana dall’orizzonte di tanti.

Si dice che il valore di una vita si misura al momento della morte, e dal segno che lasci nella memoria di chi rimane dopo di te; è consolante, ma ci credo fino ad un certo punto. Mi rassicura molto di più sapere che la vita di un uomo, di ogni uomo, ha valore fin dall’inizio, proprio perché infiammata da una scintilla di eternità, che guida e anima l’esistenza, nella continua tensione a quella completezza da cui nasce e a cui vuole tornare. La vita eterna, la sconfitta sulla morte, quella che si è appena festeggiata con la Pasqua, e quella che Giovanni descrive come “ciò che era fin da principio, ciò che abbiamo udito, ciò che abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato, e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita”. La vita eterna fuori dall’immaginazione, di cui fare esperienza,  con cui essere in contatto già in questa vita, e da annunciare agli altri, per accendere di nuovo la luce della speranza nel buio della disperazione.

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2 thoughts on “E se invece….

  1. Cara Maria Elena, ti ringrazio per questo tuo post, a lungo atteso (e ne è valsa la pena!) che condivido in toto. Una eccezione il commento sul film, che anch’io ho visto.
    E’ l’unico caso (per me) in cui il film non mi ha fatto rimpiangere il romanzo da cui è nato: sono due modi differenti (non diversi, ossia divergenti) di esprimere quel desiderio di felicità, di amore, di Infinito, che è in ciascuno di noi. Adolescenti compresi…
    Sia il romanzo che il film ci aiutano a capire i nostri figli, i giovani d’oggi… come ha scritto un padre a D’Avenia, ci aiuta a guardarli in modo diverso.

  2. Pingback: E se invece…. | Il blog di Costanza Miriano

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