La sindrome di Belen

belen

Sì, l’ho notato. In questo periodo così complicato, accanto alle notizie sugli accordi e disaccordi alla ricerca del governo che non si trova, o del presidente della Repubblica che non si vota, sui (quasi) tutti i giornali troneggia una notizia: la nascita del figlio di Belen Rodriguez. Gli ultimi aggiornamenti ci dicono che è uscito dalla clinica, e che sua mamma è già tornata in palestra per riprendersi dopo il parto (ed è  il sito del Corriere della Sera a raccontarcelo!).

Ci hanno fatto sapere tutto di questo bambino: nome, peso, lunghezza, dove è nato, a che ora, in che modo, chi è il medico che ha seguito la madre. E ci hanno fatto sapere chi c’era al momento del parto, e peccato che non ho fatto attenzione ai nomi.  Un mare di fotografi all’uscita dall’ospedale, e altrettanti per la prima passeggiata, per immortalare la mamma splendida, truccata e pettinata come una top –model, fresca come una rosa. Mica come le comuni mortali che conosco io, quelle che dopo la nascita del figlio sono raggianti, ma spettinate,  struccate, pallide, con le occhiaie e camicie da notte improbabili, e la forza solo per continuare a sorridere, ringraziare e guardare il piccolo.

Non so, ma c’è qualcosa in questa storia che mi sfugge. C’è un’ansia di sovraesposizione, una fame di immagini che mi disturba, e di cui non capisco fino in fondo il senso. Forse quello che non mi quadra, e che fa di me una triste donna di scarse vedute, è questa storia che un personaggio pubblico è appunto pubblico, e che la celebrità si debba fondare sul fare della vita un’ immensa telenovela da dare in pasto a tutti, più che sulle capacità artistiche o professionali. O forse mi sfugge la logica per cui se il pubblico  ha fame di notizie sulle vite dei vip, per divertirsi, per uscire dalla nera routine, o per sognare un po’,  allora è meglio cavalcare l’onda, e spremere finché si può.

“E’ la stampa, bellezza”, funziona così, e chi ci sta dentro le regole le sa e le accetta. Forse. Il problema, però è che anche noi rischiamo di  educarci a questa pubblicità dei sentimenti e della vita, o di  abituarci a dire e a dare tutto di noi, a tutti, sempre, e senza motivo. I social network sono un osservatorio privilegiato di questo fenomeno, in un pullulare continuo di aggiornamenti di stato, di cronache e foto dettagliate, opinioni e commenti su ogni passo della vita di molti.  Esporci, raccontarci, mostrare agli altri, per renderli partecipi, per essere approvati, per cercare un buon consiglio, o forse perché, se si condivide ogni momento di una vita di cui magari si è insoddisfatti, quella stessa vita sembra un’altra cosa. Oppure perché ci fa paura il silenzio su di noi, il passare inosservati.

Certo, è bello essere trasparenti, e non avere paura del giudizio degli altri. Sono convinta però, che la vita di ciascuno di noi sia fatta di tanti momenti “pubblici”, e di altri assolutamente privati; a volte è fondamentale condividere, perché il nostro cuore scoppia di una gioia incontenibile, o al contrario perché è così piegato  e sanguinante che ha bisogno del sostegno di qualcun altro. Altre volte, però,  è assolutamente necessario restare da parte, vivere la riservatezza, proteggere e proteggersi. Quando un amore finisce, o quando ne inizia un altro, quando si prendono decisioni importanti, quando una vita termina e quando una vita nasce: questi sono i passi che meritano la calma e la riservatezza, e un certo tempo di silenzio, per lasciarli crescere in pace, per preservarli, per viverli pienamente, per meditare, cercare consiglio, e comprendere.  E  anche per mettersi faccia a faccia con  Dio, in un rapporto con Lui che, nonostante tutto, sta alla porta e bussa (Ap.3, 20), in questi momenti e sempre ( e lo sappiamo eccome che bussa, anche se facciamo finta di niente).

Sono convinta che siamo proprio noi donne a dover dare l’esempio. Un po’ perché  siamo noi le più portate a condividere, a raccontare, a parlare, e quindi più a rischio. Ma soprattutto perché l’attenzione per le cose preziose, la cura, la delicatezza, sono caratteristiche che ci appartengono, che vivono in  tutte noi, anche se non ce le ricordiamo più.

Non facciamoci risucchiare nella sindrome del mostrare tutto, del dire tutto, del raccontare tutto; impariamo a conservare, a custodire,  a meditare, a vivere la pienezza di certi momenti, e a lasciare che gli altri facciano altrettanto. Seguendo l’esempio di Maria, che nei momenti più delicati, “custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore” (Lc.2, 19); e magari, ancora di più, aprendo la porta della nostra vita a Colui che bussa, e scegliendo Lui come interlocutore, unico e privilegiato.

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2 thoughts on “La sindrome di Belen

  1. Toccante questa la delicatezza con cui accenni alla propensione di voi donne a “mettersi in mostra” (perdonami ma non vuol essere un giudizio maschilista) e quindi al rischio che può comportare.
    Ancor più dolce il richiamo a Maria e a seguire il suo esempio. Esempio che vale, e sì se vale!, anche per noi uomini.

    Grazie M. Elena.

    Un abbraccio!

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