Io mi ricordo

np502

A distanza di tanti anni, mi ricordo ancora la voce di mio nonno. La ricordo quando parlava al telefono, in un pomeriggio qualsiasi di un inverno come tanti, per me che andavo ancora a scuola ed ero abituata a scandire le ore con il tempo dei compiti; la ricordo in casa, nei momenti di festa, in camera da pranzo e in cucina. Me la ricordo quando rideva, magari prendendoci in giro, e quando chiamava i figli con tenerezza.

E ricordo ancora la paura con cui raccontava certi momenti della sua giovinezza, quelle vicende che noi studiavamo a scuola, e che lui invece aveva vissuto davvero. Roma, l’avvento del fascismo, la guerra, l’occupazione tedesca…e la storia di una corsa verso casa. Racconti ascoltati tante volte, con la distrazione di chi sa già che va a finire bene; racconti  in cui ci veniva offerta una testimonianza diretta su un pezzo di storia,  e anche su quello che noi avevamo studiato sui banchi di scuola come la strage delle Fosse Ardeatine.  Nel descrivere quella fuga, e quell’arrivo a casa, così pieno di spavento, mio nonno riviveva la paura di quel momento, e  condivideva a noi, che ascoltavamo con un orecchio alla tv e un altro ai nostri pensieri, il tassello del mosaico di una vita.

Ho ripensato a quelle parole nei giorni delle grandi polemiche sulla sorte di Erich Priebke, perché nel dibattito sulla sua figura si è riscoperta di nuovo la tragicità di quel pezzo di storia che mio nonno, come tanti, ricordava fin troppo bene. E ho voluto recuperare il quaderno delle memorie che lui ha scritto negli ultimi anni della sua vita: pagine e pagine scritte a mano, da chi un computer non lo aveva mai visto, fotocopiate e donate alle famiglie dei figli. Per ricordo, ma soprattutto – come scopro oggi – per insegnamento a noi nipoti. Perchè se è vero che il ricordo di chi non c’è rimane in quello che ha lasciato, e nelle testimonianze di chi lo ha conosciuto, è vero anche che quelle pagine di ricordi messi su carta cristallizzano la storia di una vita, i pensieri, le paure, le gioie e le soddisfazioni di una generazione.

La famiglia di origine, i fratelli, le case, la scuola, i nonni, gli anni della giovinezza negli scout, gli anni di studio, e il ricordo ancora vivo del primo incontro con mia nonna, il suo sorriso, la cordialità, il colore del vestito che indossava. Un fidanzamento costellato di lettere e biglietti, il matrimonio, la nascita dei figli, i cambiamenti di casa: parti di vita, fatte di nomi e di volti precisi. Un racconto pieno di speranza, nonostante la guerra, le difficoltà, la paura, nonostante le sofferenze e i dolori dell’età adulta. Una testimonianza di fede, e di devozione filiale alla Madonna, con un coraggio che noi oggi non abbiamo, e che le esperienze delle generazioni precedenti alla nostra ci insegnano.

Per mio nonno, come per tanti, vivere  la vita voleva dire vivere nella fede in Gesù Cristo, e nell’affidamento a Maria: quello era il fondamento, e in tempi di carestia e di crisi vera, l’unica vera ricchezza, l’unico tesoro. Senza vergogna e pieni di speranza, sapevano guardare oltre quello che avevano sotto gli occhi; abituati a vivere e a sopravvivere, davano alla vita, e ad ogni nuova vita, il valore assoluto di dono della Provvidenza.

Il coraggio, la lealtà e la consapevolezza della verità, la speranza: ecco quello che ci siamo persi. Da quando era giovane mio nonno, abbiamo conquistato tanto, abbiamo fatto passi da gigante, ma in questo progresso ci siamo persi per strada questi pezzi. E navighiamo verso orizzonti sempre più sfocati, accontentandoci spesso di una vita adattata agli standard, illudendoci di essere migliori, di essere più intelligenti, più forti, più furbi di chi è venuto prima di noi. Abituati al provvisorio, non sappiamo più su cosa costruire; comodi nell’idea che tutto è relativo, non sappiamo più per cosa combattere. Questo non è vivere, è vivacchiare, come diceva Piergiorgio Frassati.

“I nonni sono la saggezza della famiglia, sono la saggezza di un popolo. E un popolo che non ascolta i nonni, è un popolo che muore!” Papa Francesco lo ha detto appena qualche giorno fa, all’incontro con le famiglie a piazza San Pietro.  Per non morire occorre recuperare la memoria, ricordare non solo con tenerezza, ma con serietà quello che le generazioni del passato ci hanno trasmesso. Per non accontarci, per non farci convincere che il meglio sia solo quello che abbiamo davanti, per non buttare anni di insegnamenti semplici, e gratuiti per noi. E perché, come mi insegnano gli operai che stanno lavorando accanto a noi in questi giorni, per costruire una casa solida occorre partire da fondamenta forti, e stabili nel tempo.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...