Fiamme del cuore

suore bn

“Non hai studiato”.  Due occhi di ghiaccio che ti fissano seri,  il sangue che si ritira nelle vene, le gambe che iniziano a tremare, le parole che si seccano sulle labbra. E il silenzio intorno.

Non l’inizio di un film dell’orrore, ma l’esito di una interrogazione alla cattedra, forse in seconda media. L’interrogata – che davvero non aveva studiato – ero io. Chi mi stava interrogando – ed aveva già capito tutto – era la mia professoressa di italiano, suor Agata. Mi sembra di vederla ancora, in piedi davanti a me, il volto serio, gli occhi azzurro ghiaccio, quella sentenza e il tono con cui è stata pronunciata. Suor Agata mi conosceva da quando ero piccola, aveva avuto in classe tutti i miei fratelli, ci voleva bene, e aveva notato da subito la mia predisposizione alla scrittura; il fatto che quella volta non avessi studiato la mia  materia preferita non le andava giù, e quelle parole inappellabili trasudavano delusione. A 20 anni di distanza, mi ricordo ancora quel momento. Così come mi ricordo ancora le sue lezioni di letteratura italiana, sempre troppo brevi.

Sì, lo confesso: sono andata a scuola dalle suore. Anzi, di più: i miei fratelli ed io siamo andati in una scuola dedicata ad una suora Santa, una scuola in cui le insegnanti erano in gran parte suore, in cui c’era la messa una volta al mese, la preghiera ogni mattina, in cui ci si alzava quando entrava il professore, e non c’era ombra di dubbio sul crocifisso in classe. Una scuola che oggi non c’è più. Negli anni di permanenza nelle aule di quell’istituto – e prima del passaggio al liceo statale – sono cresciuta imparando molte cose. Ho avuto insegnanti ottime, e altre, semplicemente, no. Ho incontrato suore straordinarie e altre, semplicemente, no.  Ma ho sviluppato la curiosità verso queste donne chiamate misteriosamente ad una vita diversa.

Ci ho ripensato qualche giorno fa, quando per lavoro mi sono trovata ad un convegno, in cui le suore erano le protagoniste. Così, unica laica presente, e passato il primo momento di divertita meraviglia, ho cominciato a guardarmi intorno, pensando a tutto quello che ho sempre sentito dire su di loro.

Le suore hanno i baffi. Le suore hanno l’alito pesante. Le suore non hanno i capelli, per quello portano le cuffie. Le suore portano sfortuna. Le suore sono frustrate. Le suore cantano e cucinano, le suore sono brutte, sono sadiche, le suore non vogliono bene ai bambini, e sono invidiose delle donne che non sono suore. Tutti almeno una volta abbiamo sentito almeno uno di questi luoghi comuni. Se su alcune cose è facile essere d’accordo (baffi e alito, purtroppo non si nascondono, e anche alcuni atteggiamenti di scarsa accoglienza, di acidume, di zitellaggio), su altri ho avuto modo nel tempo di cambiare la mia opinione, proprio grazie alle suore che ho avuto l’opportunità di  incontrare.

Ho scoperto così che tra la monaca di Monza e  Whoopi Goldberg di “Sister Act”, tra suor Maria di “Tutti insieme appassionatamente”, e la suora dei “Blues Brothers”,  tra suora baffuta e acida come lo yogurt scaduto e Madre Teresa di Calcutta, c’è una realtà che parla di donne diverse. Donne forti e intelligenti, donne bellissime che hanno scelto di essere consacrate con la certezza che vita migliore non esista,  che hanno lasciato carriere promettenti nel mondo, e che sanno trasmetterti una bellezza che le invade e le supera. Donne spose di Cristo, consacrate e capaci di essere madri, di dare accoglienza completa, e abbracci e sguardi pieni d’amore. Donne complete, realizzate, senza invidia e senza rancori, che sanno guardare alla realtà con la purezza e una sincerità a cui non siamo abituati.

Donne che pregano. Ecco quello che fa la differenza: vocazioni irrorate, e nutrite costantemente nella preghiera, nell’adorazione dello Sposo e nella realizzazione del Vangelo, testimoni di una bellezza che non sappiamo definire. Sono come fiamme, zampilli di fuoco che dal cuore di Cristo sgorgano e illuminano tutto intorno a loro, lasciandosi consumare d’amore, giorno dopo giorno, nell’ offerta completa di sé e di tutto quello che sono. Le sappiamo riconoscere, così come nel tempo impariamo a distinguere con dolore quelle donne che portano il peso del buio e del freddo della lontananza, quelle che devono ancora lasciarsi bruciare dal fuoco di Cristo, o quelle che dopo anni continuano ad essere testimoni di totale fedeltà allo sposo, anche se dentro non si sentono più fiamma.

Il papa lo ha detto con estrema chiarezza qualche tempo fa: “mai suore, mai preti con la faccia di “peperoncino in aceto”. Le suore sono belle quando riflettono la bellezza dell’essere unite allo Sposo, legate a Lui e alla sua volontà, perchè in Lui si potenzino i doni e la capacità. Da questa bellezza le sapremo riconoscere, in onore di questa bellezza impariamo a rispettarle e ad apprendere da loro l’obbedienza, e l’umiltà.

Mentre scrivo penso a Suor Agata e alle sue lezioni di italiano, alla suora portinaia che lavorava incessantemente all’uncinetto, alle maestre mie e dei miei fratelli. E alla mia maestra delle elementari, ai suoi metodi di insegnamento poco corretti, e alle sue difficoltà, alla sua stanchezza, alla sua freddezza, e al senso di rabbia che per molti anni ha accompagnato il suo ricordo. E penso poi a Maria Luisa, ad Emanuela, a Melania, a Milagros, a Gladys, a Clara, a Teresa, alla suore del Carmelo, alle monache di clausura. E alle sorelle fiammeggianti, a pochi passi da me. E penso ai loro sorrisi, ai loro sguardi, alle loro storie, consapevole di aver conosciuto donne da cui posso imparare tanto, anche su di me.

Una di queste fiamme, la più saltellante di tutti, mia coetanea e indubbio punto di riferimento di fede, preghiera e bellezza, verrà operata domani, di nuovo. Perché è consacrata al Signore, ma è anche un’indomabile giocatrice di basket e di tennis, e solo le ginocchia potevano fermarla. A lei e alle sue compagne d’avventura è dedicato questo post,  la mia preghiera, e il mio ringraziamento costante a Dio, per aver chiamato ad essere sue Spose donne come loro. E per avermele poi fatte conoscere.

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