A Carnevale….

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Feste in maschera a scuola, zucchero a velo e coriandoli, ammassi informi di stelle filanti, e abiti fatti con materiali di recupero, e poi richiusi alla meglio in un armadio, per tirarli fuori l’anno dopo. Piccoli supereroi, mini principesse e fatine, in giro per strada con le corone storte, e i trucchi lavabili, fratelli buoni e genuini dei tremendi piccoli zombie che da qualche tempo girano la sera del 31 ottobre. E poi un fungo.

Se penso a Carnevale mi viene in mente tutto questo, compreso il mio vestito da fungo. Cioè, in realtà un cappello, di cartone e cartapesta, confezionato dalle abili mani di mia madre, in una notte. Avevo dieci anni, e quello è stato l’ultimo abito di carnevale che ho indossato. Prima di lui c’erano stati i vestiti dei miei fratelli, e un fantastico abito da Biancaneve, fatto addirittura dalla sarta in misura più grande, così da coprire più stagioni. Dopo, poco di più, escludendo un vestito rosa da principessa, e uno da elfo con le scarpe di tre taglie più piccole e il cappello con i sonaglini: quelli non valgono, ero all’università, guadagnavo qualcosa facendo animazione alle feste dei bambini (tecnicamente, quindi,  erano “ abiti da lavoro”).

Ma soprattutto, se penso al Carnevale, ancora ritorna la scena di  “Straziami ma di baci saziami” di Dino Risi, con Nino Manfredi – Marino vestito da spagnola, che trama la fuga d’amore con Pamela Tiffin – Marisa,  vestita da fatina, ai danni del marito di lei, Ugo Tognazzi – Umberto, sarto sordomuto, vestito da indiano. Nella battuta “bone ‘ste frappe” di Manfredi si racchiude un po’ tutto il concetto stesso di tutta la festa che oggi volge al termine.

Festa che da quest’anno sarà associata anche all’immagine del bambino mascherato da Papa, comparso qualche giorno fa in piazza San Pietro. Un vestito realizzato in casa, nella migliore delle tradizioni, dalla nonna e dalla mamma del piccolo, curato nei minimi dettagli, dalla mozzetta alla croce alla papalina, ed esposto con orgoglio di fronte al Papa vero. Un’immagine carina e simpatica, per molti, che hanno già chiamato il piccolo come il terzo Papa. E che l’anno prossimo verrà replicata da tanti, ci scommetto.

Confesso: a me il mini Papa fa impressione. L’idea ha in sé qualcosa che mi infastidisce, e che non riesco a guardare con serenità. Forse perché dopo la rinuncia di Benedetto, e l’elezione di Francesco, si è aperto un momento irripetibile, in cui la riflessione sulla figura del vicario di Cristo richiede forse maggiore attenzione. E poi perché ora che il mondo ha riscoperto la figura del Papa,  si rischia di costruirsene un’immagine distorta e, nell’onda dell’entusiasmo, di perdere di vista l’orizzonte del buon senso.

Secoli di storia, di conflitti, scandali ,tradimenti, peccati, errori, grazie, miracoli, sofferenze indicibili, guerre e opere d’arte straordinarie, trasformazioni, e sviluppi della società, violenze, complotti, attentati, polemiche, e soprattutto secoli e secoli di preghiere, sono racchiuse nella storia della veste bianca del Papa. Un peso non indifferente per la maschera di Carnevale di un bambino, mica uno scherzo.

Sono troppo bacchettona? Sì. “Ma è Carnevale – ogni scherzo vale – fattela una risata?” Certo, avete ragione.  Però sapendo che il papa è il dolce Cristo in terra e il successore di Pietro, primo degli apostoli, primo a riconoscere Cristo come figlio di Dio, ma anche capace di rinnegarlo nel momento della Passione, non riesco a considerarlo come una maschera qualsiasi.  E non riesco a non vedere nel mini Papa una prova di orgoglio, una mostra di muscoli, e la ricerca di un momento di visibilità per gli adulti,  attraverso un momento di festa per i bambini. Ecco qua.

Il mini Papa ha pianto disperato mentre veniva avvicinato a Bergoglio per il saluto; lo capisco: fossi stata in lui avrei pianto anch’io.  L’anno prossimo, allora, meglio un vestito da coccinella.  Oppure da fungo: da qualche parte, in fondo qualche armadio, potrei ancora trovare il mio.

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