Sole

edwardhopper-morning-sun-1952

Ci sono notizie che passano senza fare rumore. Titoli piccoli, a margine, da sbirciare con la coda nell’occhio, e solo se ci sono foto interessanti. Una di queste notizie è passata in questi giorni, in cui la mia città e i principali titoli dei giornali sono stati “blindati” dalla visita di Obama. Talmente piccola da passare quasi inosservata.

La pillola abortiva Ru486 può essere somministrata anche nel Lazio senza necessità di ricovero ospedaliero. La procedura si avvia in day hospital: accesso e preospedalizzazione, visione degli esami e somministrazione del farmaco, controlli clinici; 21 giorni dopo la visita ambulatoriale, quando ormai l’aborto sarà già avvenuto tra le mura di casa. <<E’ un atto di profondo rispetto per le donne>>, l’ha definito il presidente Zingaretti. E io più leggo e più penso che sia una grande bugia.

Non mi ricordo più quando ho sentito parlare per la prima volta della pillola abortiva, ma ricordo perfettamente che rimasi impressionata dalla spiegazione del suo “funzionamento”: e mentre continuavano a descrivermi tecnicamente come agisce, il mio pensiero era già tutto spostato altrove. Sulla donna, ad esempio, che ha scelto di mettere fine ai primi palpiti di una nuova vita, magari tra mille rimorsi, magari tra mille problemi, e vivendo una sofferenza molto più profonda di quanto possa dire agli altri e a se stessa.

Una sofferenza provocata non solo dagli obiettori, né solo del personale medico ed infermieristico brutale e poco rassicurante che può aver incontrato, ma da quella macchia di dolore che nasce quando si decide di mettere fine a qualcosa che sta iniziando, a quella che una parte di te sa che è vita che potrebbe crescere, e magari renderti felice. Ma non è il momento, è inaspettato, fa paura, non si può; e allora finirla subito, quella gravidanza, nel modo più veloce possibile, per dimenticare presto, e senza nessun intralcio, senza incontrare nessuno sguardo, nessuna parola, niente da ricordare. E  la pillola è meglio, perchè il fatto di non dover stare in ospedale forse fa sembrare la cosa meno pesante di quello che è.

A che prezzo, però? A prezzo di un dolore che si aggiunge ad altro dolore. Perché possiamo parlarne quanto vogliamo, ma l’aborto è sempre e comunque un momento devastante nella vita di una donna: nessuna donna potrà mai viverlo a cuor leggero, ne sono convinta. E anche dopo, se anche si ricostruisce un minimo di serenità e di equilibrio, ogni donna sa, anche se non lo dice, di aver perso qualcosa, fosse anche solo un po’ di spensieratezza, e che la vita, comunque, non tornerà mai esattamente uguale e identica a come era prima.

Questo avviene già, con chi pratica l’aborto chirurgico, e in quel momento non vede, e si sveglia a vita già cambiata. Ma chi lo fa con la pillola, a che devastazione va incontro? Sola, in casa, può sentire il suo corpo che lavora al contrario, che invece di custodire, accogliere, fare da riparo a ciò che c’è di più delicato e prezioso, si contrae, ed elimina piano piano quella vita che piano piano stava nascendo. Sola, vede lavare via ciò che non si è data il tempo di conoscere, nel sangue, nel freddo di un bagno, nel silenzio. Sola, assiste a tutto questo. E forse si accorge e capisce, o forse lo capirà dopo, quanto è grande quel mistero che non ha accolto.

Davvero è questa il grande aiuto che si vuole dare alla donna? Permetterle di vivere un momento così tragico (perchè a me non vengono in mente parole più delicate per dirlo), una forzatura che lei stessa compie sul suo corpo, da sola, senza controlli immediati, senza nemmeno poter dare la colpa della sofferenza alla tristezza delle pareti dell’ospedale, al medico incapace, all’infermiera sgraziata? Davvero aiutare la donna vuol dire permetterle di vivere l’aborto come una routine? Solo a me questa storia sembra un’enorme presa in giro?

Nessuna donna dovrebbe vivere questo schifo. Nessuna donna dovrebbe abortire, a dirla tutta.

Mi chiedo perché noi donne ci vogliamo fare così male, perché ci buttiamo via, e non combattiamo davvero per il rispetto del nostro corpo, della nostra femminilità, nel dono unico – che solo noi abbiamo – di dare la vita ad un’altra persona. Mi chiedo perché ci stiamo appiattendo su un principio di uguaglianza falso, cercando di diventare sempre di più uomini, e sempre meno vere donne, belle proprio perché diverse, e uniche. Mi chiedo perché nell’agenda del “Se non ora quando”, non ci mettiamo anche un esame di coscienza, un lungo tempo di conoscenza di noi, per una ribellione ad una libertà finta, guidata troppo spesso dalle emozioni della pancia e troppo poco spesso dall’esercizio della ragione, mediata dalla presenza, dalla disponibilità, e dalle opinioni di altri, e troppo spesso slegata dalla nostra coscienza.

Ci illudiamo di poter decidere come e quando amare, come e quando e chi far nascere. Non vogliamo ammettere che l’amore tra due persone è vero solo se vissuto nella libertà e nella verità, accettando limiti e difetti, senza volerli trasformare, nella pienezza del donarsi totalmente l’uno all’altra. Troppo spesso ci siamo perse su storie che tutto erano tranne che questo, ci siamo imprigionate in rapporti che fin dall’inizio non avevano capo né coda, ci siamo donate senza pensare a uomini che non avevano il minimo rispetto di noi, per paura di restare sole, per mancanza di coraggio, per ricercare un piacere momentaneo, raddrizzare una storia sbagliata, convincere noi e l’altro che l’ amore, se esiste, è più o meno così. Scontente, frustate, magari pure in colpa, forse ci sentiamo più forti e decise nel poter scegliere almeno la sorte di un’altra vita, quando sappiamo che questa non avrà nemmeno il tempo di ribellarsi e metterci in crisi, e pensiamo in questo modo aggiustare un po’ anche la nostra, di vita, di riparare un errore, di cancellare “un incidente di percorso”.

Siamo impaurite e sole, siamo senza armi, ci stiamo perdendo, e ci accontentiamo, e consideriamo il fatto di poter  decidere di abortire, da sole, con una pillola, in casa, una grande risultato. Politiche di sostegno alla maternità, più strutture per accogliere le mamme sole, un serio lavoro di consultori, e l’applicazione della 194 a pieno regime possono cambiare qualcosa? Certamente sì. Ma siamo noi donne per prime a dover imparare a guardare alla verità della nostra vita, ad avere il coraggio di ascoltare la parte più intima di noi, facendo silenzio del resto attorno. E forse a cominciare a pensare – o a dire a voce un po’ più alta – che l’aborto non è una conquista, ma un’ illusione di libertà.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...