Luce nella notte

rembrandt06Una mamma qualche giorno fa mi ha raccontato preoccupata la storia di suo figlio adolescente, che è mancato da scuola per più di due mesi senza che lei sapesse niente:

per tutto questo tempo ha calcolato gli orari, facendo in modo di uscire prima della mamma, e tornando come sempre alla stessa ora, in modo che lei non sospettasse niente. Lei era convinta che lui andasse a scuola, lui invece passava la mattinata in casa, e riusciva solo per fingere il ritorno sempre alla solita ora, e con la risposta pronta in tasca “come è andata la scuola?” “bene”. L’inganno è stato svelato dalla telefonata della scuola, che ha informato la mamma della situazione, e l’ha portata ad un confronto diretto con il figlio, che spaventatissimo ha ammesso tutto. Perchè l’ha fatto? All’inizio, per saltare un compito in classe, poi un’interrogazione, poi un’altra; e poi è subentrata la paura, sempre più forte, che tornando a scuola qualcuno gli dicesse qualcosa, o chiamasse sua madre, e allora ha preferito costruire una serie infinita di inganni per far vedere che tutto andava bene. Una finzione per non dire la verità, per non ammettere di aver sbagliato, per paura del giudizio dei genitori.

La storia mi ha stupito, non solo perchè dall’alto della mia incapacità di portare avanti le finzioni – io lo dico, mi si legge in faccia quando sto mentendo – mi è venuto un moto di ansia al solo pensiero della fatica nel cercare di tenere insieme una montagna così grande di bugie, ma soprattutto perché mi ha fatto pensare che troppo spesso anche il nostro rapporto con Dio è regolato allo stesso modo.

Sbagliamo, più o meno clamorosamente, ce ne accorgiamo, sappiamo di aver agito male, sappiamo che stiamo andando nella direzione sbagliata, ma abbiamo talmente paura di ammetterlo che piuttosto che tornare indietro, preferiamo andare avanti a sbagliare. Siamo terrorizzati dal giudizio, che un altro ci metta in evidenza la profondità del nostro errore, non vogliamo nemmeno vedere le conseguenze quando sono già evidenti, e ancora meno ammettere a noi stessi che abbiamo bisogno di essere aiutati a perdonarci e ad essere perdonati.

Andiamo avanti a costruire bugie e menzogne, e di errore in errore, si fanno strada in noi due convinzioni: da una parte quella di essere arrivati ad un livello talmente profondo di distacco, ad una lontananza talmente insanabile da tutto ciò che ci viene detto essere buono e bello, da non essere più recuperabili, che nessuno potrà perdonarci e venirci a riprendere da dove siamo finiti; dall’altra quella che alla fine non stiamo poi facendo niente di male, non abbiamo mica niente da farci perdonare, e che in fondo il Padre è un po’ troppo esigente, e che poi gli altri fanno molto peggio di noi.

Questa è la battaglia aperta nei giorni che viviamo: dopo aver rivissuto la passione di Cristo, dopo la celebrazione della sua resurrezione, è forse tornata a farsi sentire la voce, per molti flebile e lontanissima, che chiama al ritorno a casa. Al ritorno in Chiesa, al ritorno alla confessione, magari. E che si scontra con l’abitudine a dire di no, a considerare impossibile una riconciliazione, e assurda l’idea della confessione. Già la confessione, lo scoglio più duro. Da affrontare, se si sceglie di abbracciare la propria povertà e mettersi in ginocchio per essere riconciliati con il padre; da saltare a piè pari, se ormai siamo abituati a farlo, per aggiungere un pezzo in più al cammino di allontanamento che abbiamo già intrapreso, e da cui , pare, facciamo fatica a staccarci.

Un cammino in cui, di fatto, diciamo che la fede nella resurrezione di Cristo non ha senso: se non abbiamo bisogno di essere riconciliati con ciò che non accettiamo, con la nostra storia, con le nostre ferite, e con i nostri errori, se non lasciamo che Cristo stesso ci curi attraverso i suoi sacerdoti nella confessione, allora tutto quello che celebriamo in questi giorni non ha senso. Il sacrificio di Cristo, che sappiamo essere morto proprio per ricostruire nel suo sangue l’alleanza spezzata tra l’uomo e Dio, è sprecato, la sua risurrezione inutile. La nostra fede è vana così, e nulla di quello che viviamo , nemmeno il bel senso di rinascita, di novità, di sorpresa della Pasqua ha valore.

Continuando ad allontanarci, spegniamo in noi la luce della fede. Perché non abbiamo fede, non crediamo fino in fondo che la riconciliazione sia possibile, che la Resurrezione di Cristo fa nuove tutte le cose. Non crediamo al suo amore misericordioso per noi, non crediamo al suo abbraccio, al suo sguardo di tenerezza verso di noi. Come il figliol prodigo e suo fratello più grande, non ci crediamo che nostro Padre è buono e misericordioso, e ci accoglie quando torniamo. E’ molto più facile credere a chi ci dice che è tutto finto, e che il peso del giudizio su di noi sarà intollerabile. E’ più facile continuare a sbagliare e ad allontanarci perchè è una strada che si conosce già.

«Vi supplico in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio» (2Cor 5,20), scrive San Paolo. E’ l’eco che risuona ancora oggi. Mettiamoci da parte, lasciamoci abitare dalla tristezza per le sofferenze di Cristo e lasciamo ci interrogare dalla forza della Sua resurrezione, e della Sua misericordia, recuperiamo il sano orgoglio dei bambini, che quando vedono la mamma o il papà stare male, cercano di fare di tutto per essere buoni e belli. Limpidi e puliti, riconciliati, pronti a farci invadere da quella gioia che solo chi sconfigge la morte può darci. Perchè la luce che abbiamo visto illuminare il buio della notte di Pasqua rischiari anche le tenebre dei nostri cuori. E ci svegli dal sonno della volontà in cui siamo caduti.

 

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