L’anno dei Mondiali

Spagna 1982

Nella mia breve carriera giornalistica l’unico articolo di sport che ho scritto è stata la cronaca della finale degli Europei del 2012. E lo sappiamo tutti come è finita. Quindi ho capito di non essere la persona più indicata per scrivere di calcio.

Eppure so che sono cominciati i Mondiali, e lo so perché in questi giorni, bloccata a casa da un raffreddore storico, ho guardato la tv più del solito. Non ho seguito neanche mezzo secondo della prima partita, eppure so che ha vinto il Brasile, con l’aiuto dell’arbitro, anche se stava perdendo contro la Croazia per un autogol di uno terribilmente somigliante a Ficarra di Ficarra e Picone.

Evento strano, i Mondiali: uno può non vederli, non leggerne niente, ma sapere comunque quello che succede. Lo sa dalle reazioni della gente, dalle grida fuori dai pub, dai commenti su facebook, anche solo da una telefonata con chi magari stava guardando la partita. E’ uno di quegli eventi che alla fine coinvolge anche chi, come la sottoscritta, non capisce quasi nulla di calcio, e che guarda di sfuggita una partita ignorando come funzioni il fuorigioco, indignandosi per cartellini rossi non dati per motivi inesistenti, e pensando, come Boskov, che “rigore è quando arbitro fischia” (e indica con il braccio il dischetto). Un evento che magari chiama uno sforzo di memoria per ricordare chi ha vinto le edizioni precedenti, ricordando bene solo quelle vinte dall’Italia, e l’ultima vinta dalla Spagna, ma solo perché lì la scena del portiere bello che bacia in mondovisione la fidanzata giornalista dedicandole la vittoria l’ha resa più tenera, e più simile ad un film romantico.

Per me, che sono nata durante Spagna 1982, i Mondiali, come le Olimpiadi, esercitano un fascino particolare, e mi sono accorta che ogni edizione è collegata ad un ricordo particolare della mia vita, e segna in un certo senso un particolarissimo percorso personale.

Fin dall’inizio, col racconto di mio padre che assiste alla finale con me appena nata in braccio; e di mia madre che ricorda perfettamente il caldo di quei giorni. Tutte le volte che vedo le immagini di quel mondiale, la finale con la Germania ovest, l’urlo di Tardelli, l’”ormai non ci prendono più” di Pertini, penso con tenerezza alla mia famgilia, che viveva la semplicità e la meraviglia dell’arrivo di una nuova vita. Un po’ come la foto di Causio, Zoff, Pertini e Bearzot: la semplicità di una partita a carte, la straordinarietà di farla con la Coppa del Mondo in mezzo al tavolino.

Messico ’86 per tutti è il gol di mano di Maradona, per me è l’adesivo con la mascotte di quel Mondiale, prontamente attaccata sulla porta della camera da letto dei miei;  Italia ’90 è le notti magiche di Bennato e Nannini, la macchina nuova, ma soprattutto un’estate in campagna con i cugini, e pomeriggi interi senza televisione, a giocare con Barbie e pentoline, e un festeggiamento in piazza per qualcosa che non ricordo (l’ingresso alla semifinale forse?). Usa 1994 segna il vertice della mia conoscenza di calcio, il Mondiale in assoluto seguito di più, principalmente perchè c’era Paolo Maldini in grande spolvero, e io, a 12 anni, iniziavo ad essere sensibile al fascino del principe azzurro.

Francia ’98, ancora pomeriggi con i cugini a casa di mio nonno, e il rammarico per il rigore sbagliato di Di Biagio, perché giocava nella Roma (mi pare, o forse mi stava solo simpatico); la Corea del 2002 il primo anno di università, e il sollievo che l’Italia fosse uscita così presto: Bryron Moreno e Trapattoni con l’acqua santa erano niente di fronte al primo esame di filosofia politica. Il  2006, anno difficile da dimenticare. Per la lezione data ai tedeschi in semifinale, per la rivincita contro la Francia ai rigori. E con la sottoscritta, armata di bandierone, che guidava un gruppo di prodi che dalla terrazza condominiale erano scesi in strada a festeggiare. Si è festeggiato a lungo, da queste parti, con un assaggio di Circo Massimo che per noi romani era solo un po’ una copia dei festeggiamenti di 5 anni prima.

Il Sudafrica delle vuvuzelas nel 2010, infine, è il senso di libertà delle strade di Roma vuote, assolate e silenziose in pieno pomeriggio, percorse in motorino, con la musica nelle orecchie, mentre ritornavo da uno dei primi lavori,  a cavallo tra un primo e un secondo tempo di non so più che partita.

Ecco, gli anni dei Mondiali per me:  fotografie piccole piccole di una vita piena. Di gioia, di dolore, di tristezze, di grandi soddisfazioni, di grandi sogni, di tante speranze,  di quelle grazie, di quei regali, per cui non ho nemmeno ringraziato. Ecco cosa c’è, al guardarsi intorno,  all’inizio di una parte decisiva della vita, piena di quei progetti, di quei desideri, di quell’amore che si concretizza, e costruisce il futuro. Quattro anni più grande di prima e quattro anni più felice, e piena di curiosità per quello che ancora arriverà.

In tutta sincerità, non credo proprio che mi serva sapere altro. E posso stare benissimo anche senza sapere cos’è il fuorigioco. Ma nel dubbio, se volete, rispiegatemelo per bene, come fareste con un bambino; magari, al prossimo Mondiale,  me lo ricorderò.

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4 thoughts on “L’anno dei Mondiali

  1. Ciao, per me è sempre un piacere leggerti.
    A spiegarti il fuorigioco ci provo come ho letto una volta su facebook e e come da allora, trovandolo veramente geniale, ho deciso di farlo capire a tutte le donne.
    “Se al supermercato io ti lancio un pacco di pasta e tu sei oltre la linea delle casse l’allarme suona”,
    La linea delle casse è la linea dei difensori…
    In altre parole, deve esserci sempre almeno un difensore tra te e la porta nel momento in cui parte il passaggio,sottintendendo che il portiere difenda la porta; più in generale almeno due giocatori.
    Ciao!

    • Grazie davvero, con questa similitudine “domestica” è tutto molto più chiaro. E da quello che ho potuto vedere, semplicemente per il numero di bandierine sventolate dai guardalinee, mi pare che all’Italia ne abbiamo fischiati parecchi in queste prime partite…..Grazie!!!

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