25 giorni

 

papa_terrasanta_ansa__2_“Continua a salire la tensione dopo l’omicidio dei tre giovani israeliani, la reazione del governo contro Hamas e l’uccisione di un 16enne palestinese a Gerusalemme Est.

Tensione che cresce anche in vista dei funerali del ragazzino (Mohammed Abu Khdeir) che sarebbe stato assassinato da estremisti israeliani e che si dovrebbero tenere in giornata. […]. Appresa la notizia della morte del ragazzino, circa 200 giovani palestinesi si sono scontrati con gli agenti israeliani a Gerusalemme, lanciando pietre. La polizia ha risposto con granate stordenti e proiettili di gomma. Il bilancio complessivo è di 232 feriti, 187 feriti dei quali proiettili di gomma, come ha spiegato la Mezzaluna Rossa. Altri scontri sono avvenuti a Qalandya, in Cisgiordania, e nelle città meridionali di Beit Fajjar e Betlemme, dove i manifestanti hanno lanciato pietre e molotov. L’omicidio del 16enne è stato condannato in maniera unanime. Il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha chiamato in causa i coloni e ha chiesto a Israele «la punizione più ferma degli assassini se vuole veramente la pace». Il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, ha condannato lo «spregevole omicidio» e ha rivolto un appello a non «farsi giustizia da soli». Condanna anche dall’Onu e dalla Ue. Intanto 11 palestinesi sono rimasti feriti nei raid e nei bombardamenti israeliani sulla Striscia di Gaza in risposta a un nuovo lancio nella notte di 15 razzi. Lo hanno riferito le autorità sanitarie locali, precisando che ci sono stati sette feriti a Beit Lahiya, nel nord, e altri quattro a Gaza”.

(dal Corriere.it)

25 giorni. Meno di un mese. Era l’8 giugno quando Papa Francesco ha ricevuto in Vaticano i presidenti di Israele e Palestina, Shimon Peres e Mahmoud Abbas, per uno storico incontro di preghiera per la pace. Un incontro proposto dal Papa all’improvviso, durante il viaggio in Terra Santa di qualche giorno prima, e realizzato in fretta, prima ancora che si ci potesse rendere conto dell’importanza del momento. Di quel giorno rimangono impresse ai più le immagini dei tre, e del patriarca Bartolomeo di Costantinopoli,  impegnati a piantare un ulivo nei giardini vaticani, un gesto simbolico e pieno di significato, per una pace che deve crescere, deve mettere radici. Come una pianta che va coltivata, curata,  difesa contro gli assalti del tempo, così la pace richiede impegno,  lavoro costante, e pazienza.
Si è parlato di dolore e sofferenza, e della fatica di costruire la pace in quell’incontro; si è invocato più voci l’aiuto di Dio. E oggi, a 25 giorni di distanza, quel momento sembra già lontano.
Oggi, dopo il ritrovamento dei corpi dei tre ragazzi israeliani rapiti il 12 giugno, si legge di vendette, e rappresaglie, in un botta e risposta tra fazioni che continuano a combattersi. Scrivo dopo aver letto dei bombardamenti di Israele su 34 punti sensibili nella zona della striscia di Gaza, dopo la morte di un ragazzo a Gerusalemme, dopo il pestaggio a Roma di un altro ragazzo. Vendetta, conti da pareggiare, tensione che sale. Si riapre così un vortice di rabbia e di violenza che, forse, per un attimo, sembrava potersi socchiudere.
Eppure 25 giorni fa in Vaticano si è parlato di pace. Si è pregato per la pace. Possibile che tutto questo sia inutile?
Niente commenti illuminati, niente considerazioni di alto valore. Ripubblico solo le parole di papa Francesco, di Mahmoud Abbas, di Shimon Peres.
Perchè so che l’incontro dell’ 8 giugno non deve essere dimenticato. Quella preghiera per la pace deve continuare, assieme a quella per tutte le vittime di uno scontro che sembra infinito. Perchè se ci convinciamo che la preghiera è inefficace su questo, e che vale solo il linguaggio della forza, o di logoranti trattative, allora siamo davvero disperati.

Perchè, come ha detto il Papa  “La storia ci insegna che le nostre forze non bastano. Più di una volta siamo stati vicini alla pace, ma il maligno, con diversi mezzi, è riuscito a impedirla. Per questo siamo qui, perché sappiamo e crediamo che abbiamo bisogno dell’aiuto di Dio. Non rinunciamo alle nostre responsabilità, ma invochiamo Dio come atto di suprema responsabilità, di fronte alle nostre coscienze e di fronte ai nostri popoli. Abbiamo sentito una chiamata, e dobbiamo rispondere: la chiamata a spezzare la spirale dell’odio e della violenza, a spezzarla con una sola parola: “fratello”. Ma per dire questa parola dobbiamo alzare tutti lo sguardo al Cielo, e riconoscerci figli di un solo Padre”.

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Signore Dio di pace, ascolta la nostra supplica!

Abbiamo provato tante volte e per tanti anni a risolvere i nostri conflitti con le nostre forze e anche con le nostre armi; tanti momenti di ostilità e di oscurità; tanto sangue versato; tante vite spezzate; tante speranze seppellite… Ma i nostri sforzi sono stati vani. Ora, Signore, aiutaci Tu! Donaci Tu la pace, insegnaci Tu la pace, guidaci Tu verso la pace. Apri i nostri occhi e i nostri cuori e donaci il coraggio di dire: “mai più la guerra!”; “con la guerra tutto è distrutto!”. Infondi in noi il coraggio di compiere gesti concreti per costruire la pace. Signore, Dio di Abramo e dei Profeti, Dio Amore che ci hai creati e ci chiami a vivere da fratelli, donaci la forza per essere ogni giorno artigiani della pace; donaci la capacità di guardare con benevolenza tutti i fratelli che incontriamo sul nostro cammino. Rendici disponibili ad ascoltare il grido dei nostri cittadini che ci chiedono di trasformare le nostre armi in strumenti di pace, le nostre paure in fiducia e le nostre tensioni in perdono. Tieni accesa in noi la fiamma della speranza per compiere con paziente perseveranza scelte di dialogo e di riconciliazione, perché vinca finalmente la pace. E che dal cuore di ogni uomo siano bandite queste parole: divisione, odio, guerra! Signore, disarma la lingua e le mani, rinnova i cuori e le menti, perché la parola che ci fa incontrare sia sempre “fratello”, e lo stile della nostra vita diventi: shalom, pace, salam! Amen.

Discorso di papa Francesco

Discorso di Shimon Peres

Discorso di Mahmoud Abbas

 

 

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