I leoni di San Prospero

piazza San Prospero

Quando non trovo le parole, mi siedo e scrivo. Così è anche oggi, in una giornata di fine luglio che sa molto poco di estate. Con il lavoro fermo e la testa troppo piena di pensieri.
Comincio dall’immagine che ho scelto per questo post, la facciata della chiesa di San Prospero nell’omonima piazza di Reggio Emilia. Perché proprio questa? Perché è una delle piazze che conosco di Reggio, città di adozione di mia sorella.
E poi perchè è l’ultima immagine che ho inviato a Francesco, via sms, qualche tempo fa.

Lui, reggiano di nascita e romano per lavoro, la chiesa di San Prospero la conosceva bene, era la sua parrocchia, e si divertiva a parlarne con me, mentre mi aiutava ad orientarmi tra i principali punti di riferimento della città: piazza San Prospero, appunto, “ quella con i leoni” che fronteggiano la chiesa, piazza Prampolini, “quella del duomo”, e l’altra piazza, quella  “ con i teatri, e la fontana”.
Francesco parlava con quell’accento reggiano inconfondibile, mentre raccontava della sua famiglia, del suo lavoro, dei viaggi, nella sagrestia della chiesa di S. Agnese in Agone, in uno dei tanti giovedì trascorsi nel servizio per l’adorazione eucaristica, o al tavolo di un bar, con una birra davanti, subito dopo aver chiuso la chiesa, e subito prima di tornare a casa.
Già, perché il giovedì c’è l’adorazione eucaristica a S. Agnese, e Francesco era sempre lì, presente, fino alla fine, a sistemare per l’apertura, o a rimettere a posto per chiudere. Silenzioso, discreto, lo vedevi schizzare da una parte all’altra, velocissimo, carico di sedie, di lumini, un tavolino da una parte e un’ icona dall’altra, arrampicato sul confessionale ad attaccare le casse della fonica, lui che, così alto, ci arrivava, in realtà, senza troppa fatica. Si fermava un attimo per salutarti, – “ciao cara, come stai?” – e poi via di nuovo, a cercare di sistemare il filo del faretto sull’altare per evitare che qualcuno ci inciampasse. Il riposo nella preghiera, seguendo il rosario, in uno dei primi banchi, silenzioso e attento, prima di ripartire, per servire messa, con il camice “ quello lungo”, che stava bene solo a lui. E poi, di nuovo, il silenzio dell’adorazione eucaristica.
Anni di giovedì passati così. Anni di crescita e cambiamenti, giovedì di freddo e di umidità, con il portone centrale aperto per far arrivare la luce dell’Eucarestia a tutta piazza Navona, e l’attenzione ai turisti armati di gelati, bibite, macchine fotografiche rumorosissime, che scambiano ogni chiesa per un museo. Giovedì di stanchezza quando, dopo una giornata di lavoro, la preghiera di adorazione sconfina presto nel sonno buono, quello cullato dalla contemplazione di Gesù, e si fa fatica a tenere gli occhi aperti. Giovedì di stupore, di divertimento, e anche di risate, per le performance di quei personaggi pittoreschi che ogni anno fanno capolino a S. Agnese, o – ancora di più – per le esibizioni di quei gruppi chiamati ad animare – a volte fin troppo – la preghiera.
Un campionario di tamburelli violenti, balletti, stonature clamorose, mistiche impegnate nella loro crociate contro gonne corte e braccia scoperte; ma anche momenti di vera bellezza, con il canto che accompagna dolcemente la preghiera, e la sensazione di quell’abbraccio d’amore, e di serenità, che scioglie tutte le fatiche della giornata.
Francesco ha vissuto tutto questo, in questi anni; nel silenzio e nella discrezione della sua preghiera personale, come noi avrà affidato al Signore le gioie e i dolori della sua vita, i sogni di bellezza ed eternità, i desideri di bene, di pienezza, di serenità, e quei rapporti di amicizia nati proprio davanti all’Eucarestia.
Ora può vedere da vicino tutto quello che ha contemplato in questi anni, seduto tra i banchi di S. Agnese. Chiamato alla casa del Padre, all’improvviso; accolto da Lui dalle acque del mare agitato dove si era tuffato, ora può conoscere la pienezza dell’amore di Dio, la forza del suo abbraccio, e vivere di quella gioia che ci è promessa per l’eternità. Oggi può vedere ciò in cui ha creduto in questa vita, può contemplare da vicino Cristo, Via, Verità e Vita, e insieme con chi l’ha preceduto confermare nella fede anche noi.
Noi che siamo qui, stupiti, sconvolti, incapaci di trovare la parole per raccontare il dolore sottile che soffoca un po’ il cuore; increduli nel pensare di non ritrovare più, a S. Agnese, il sorriso aperto di Francesco; addolorati nell’aver perso un amico così all’improvviso, ma felici per averlo conosciuto.
Grati  di aver condiviso con lui tanti momenti di preghiera ; grati per la su disponibilità, per il suo impegno, per quello sguardo lucido e pratico sulla realtà. Grati perché la sua morte ci fa prendere sul serio le parole del salmo 144 “l’uomo è come un soffio, i suoi giorni come ombra che passa”, e ci ricorda così che siamo creature pensate per l’eternità, stirpe regale, e come ci dice San Paolo, “concittadini dei santi e familiari di Dio” (Ef. 2, 11-22). Se crediamo in Cristo sappiamo che la morte non è l’ultima parola, e che le porte della vita eterna sono state aperte per noi, a prezzo di quel sacrificio che riviviamo ad ogni messa, che ricordiamo ad ogni segno della croce, che contempliamo ad ogni adorazione eucaristica. Se crediamo in Cristo, sappiamo che ogni lacrima sarà asciugata, ogni capello del capo contato, ogni fatica e ogni dolore ristorato. Compreso quello che viviamo adesso.
E siccome i legami nati in Lui non si spezzano mai, ecco che l’amicizia con Francesco continua a vivere nell’Eucarestia. E l’immagine sua, seduto in silenzio al banco, ci accompagnerà quando saremo in preghiera davanti al Santissimo, in un qualsiasi giovedì della nostra vita.

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One thought on “I leoni di San Prospero

  1. Grazie Maria Elena per questo tuo scritto.
    Grazie per le tue parole e per la grazia in cui le hai disposte in questo componimento pieno di affetto e gratitudine in memoria di Francesco.
    Che grazia avere un’amica come te!

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