25 anni

ginestra

Forse non ho scelto il momento migliore per ricominciare a scrivere dopo tanto tempo. Forse avrei dovuto aspettare ancora, trovare l’occasione giusta, l’orario più consono, il silenzio, la luce giusta. Cogliere quell’attimo che mi scappa da mesi, insieme a fiumi di parole che dalla mia testa non sono mai uscite, post fantastici e commuoventi rimasti solo nel pensiero. Avrei potuto evitare di cominciare a scrivere al lavoro, con le cuffie sulle orecchie per cercare un minimo di concentrazione.

Ma non mi andava più di aspettare.

In questi giorni ho riletto la storia di Filippo e quella della sua famiglia; ho letto l’omelia di don Stefano al funerale, le parole di ricordo di tutte le persone che gli hanno voluto bene. Ieri ho visto Anna e Stefano, i suoi meravigliosi genitori, ho parlato con loro e li ho sentiti parlare di sofferenza, di speranza,  di fede, di vita eterna, in diretta televisiva. Ho visto persone abituate a lasciarsi scivolare addosso ogni cosa commosse, e gente che si è  letteralmente fermata per ascoltarli. Ho sentito tanti parlarne e scriverne anche dopo, per raccontare le emozioni che avevano suscitato in loro.  E mi sono commossa a modo mio di tanta grazia, di tanta fede, di tutto quello che ho sentito, e che ho visto con i miei occhi, in un ambiente ruvido come può essere quello della televisione.

Sono ritornata con la mente al passato, all’esperienza della sorella piccola che vede la sorella grande stare male, e i genitori che non stanno mai a casa, e cercano di non farti mancare nulla. Il non capire, il non sapere, il senso di isolamento, le lacrime feroci e le paure, la rabbia, il non senso, la sensazione di sentirsi abbandonati

Sono passati 25 anni dell’evento che ha cambiato la storia della mia famiglia. 25 anni e una manciata di giorni, da quando nostra sorella è – come Filippo –  “nata al cielo”. Sono 25 anni di mancanza di una colonna della famiglia, di un mistero di bellezza, di un sorriso limpido, di  ricordi che, a momenti, sbiadiscono e si rinsaldano. 25 anni di foto incomplete, di abbracci mancati, di segreti sussurrati nell’aria e nella preghiera, quando davvero vorresti poter parlare con lei che non riesci a vedere; anni di confidenze notturne, tra sorelle, in quello spazio tra il sogno e la veglia, dove Campanellino – Julia Roberts nel film “Hook” avrebbe sempre aspettato e amato Peter Pan – Robin Williams.

Anni di domande tipo “ Quanti fratelli siete?”, con la risposta quasi in automatico “quattro”, a cui dopo la descrizione della famiglia segue l’altra classica, “ e quindi l’ altra tua sorella cosa fa?”, e la voce che ai abbassa sempre un po’ nel dire la verità, e l’espressione imbarazzata e stupita dell’interlocutore, lo sguardo di compassione, la mano sulla spalla – non richiesta, spesso. Anni di domande che ci portiamo nel cuore, sul perché, sul per come, sul senso della sofferenza e della vita, su noi che siamo rimasti. E quella più devastante, su “come sarebbe stato se…”.
Non c’è condizionale, c’è come è stato e basta. E in questi 25 anni c’è stata una famiglia che – possiamo dirlo – non è crollata. Che si è stretta, si è abbracciata più forte, si è arrabbiata, si è ribellata, ma non è crollata. Ci sono due genitori che si sono uniti nel dolore, sostenendosi a vicenda, e che hanno affrontato lo strazio di una ferita aperta e sanguinante anche agli occhi di noi figli, cercando di proteggerci e tutelarci il più possibile. Due genitori che hanno costruito e ricostruito tutto sulla roccia salda della fede, sostenendosi a vicenda nei momenti di buio più totale, e che, forti di questo , hanno ricucito in fili della serenità, della quotidianità, del calore familiare. Ci sono tre fratelli di età, carattere, e personalità diverse, che hanno espresso in modi e tempi diversi la difficoltà, la sofferenza, o la semplice nostalgia, ma che continuano a contarsi, e a sentirsi, in  quattro, anche se spesso è difficile ammetterlo.
Una di questi sono io, la più piccola, quella che sapeva di meno, che capiva di meno, che ricorda anche di meno. E che è comunque grata, per tutto quello che ha ricevuto. Grata per aver avuto, nonostante tutto, un’infanzia, un’adolescenza, anni di liceo, di noia, di non senso, di silenzio, molto simili a quelle dei miei coetanei. Con un pizzico di consapevolezza in più, forse, che la vita è davvero un dono prezioso da non buttare via a caso.
Ora che sono grande, posso guardare in faccia le persone e dirlo, che certi vuoti non si riempiranno mai, che certe presenza non potranno mai essere sostituite, che certi ricordi dolorosi e appuntiti che ti devastano i pensieri quando meno te li aspetti non li potrò cancellare, e tanto altro che non saprò – e non vorrò –  mai raccontare. Ma posso dire anche che c’è vita, c’è gioia, c’è speranza dopo la morte di chi hai amato, e somiglianze da ritrovare nelle mani e negli occhi, e gratitudine per tutta la bellezza vissuta e condivisa, anche se per poco tempo.  C’è tutto questo e tanto altro, anche quando non ce ne rendiamo conto, anche quando siamo così impegnati a lamentarci di quello che manca da non avere neanche la capacità di vedere il  gancio che ci collega al Cielo, e che – ogni giorno – intercede per noi,  da non sapere percepire il buono che si salva e nasce dal deserto di sofferenza.

E’ difficile essere testimoni di tutto questo, è difficile parlarne, è difficile capirlo, senza guardare ad un orizzonte più ampio, senza guardare alla croce, senza credere al Vangelo. Ringrazio di cuore Anna e Stefano per  avercelo ancora ricordato; e attraverso di loro,  grazie a Dio per  l’ennesima conversione del cuore.

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