Oh, Filippo! (il giorno dopo)

Il post è di qualche anno fa, ma racchiude comunque tutto quello che abbiamo condiviso ieri, nel giorno della festa di San Filippo, come ogni anno. Lo ripubblico, per chi all’epoca l’ha perso, per chi lo legge per la prima volta, e per chi ha voglia, addirittura, di rileggerlo.

L’intenzione era buona. C’era l’inizio giusto, l’attacco vincente, e avevo già cominciato a scrivere, ieri notte. Era tutto qui nella testa, bastava solo metterlo su carta o, meglio, trovare il tempo per farlo. Poi è arrivata la festa di San Filippo, ed è cambiato tutto.

Il tempo si è improvvisamente ristretto,  e così mi ritrovo a scrivere nel tempo, record per me, di un’ora. Avrei voluto descrivere con attenzione la festa,  con le immagini meravigliose che porto nel cuore tutto l’anno e che vengono fuori sempre di questi tempi, e farvi venire voglia, l’anno prossimo, di venire tutti a Roma a festeggiare Pippo Buono con noi. Perché il giorno di San Filippo, per una che vive a Roma, e ha la grazia di essere cresciuta in una parrocchia come la Chiesa Nuova, non è un giorno come tanti altri.

E’ il giorno in cui si preparano caffè in quantità industriali, per il pranzo di tutta la comunità, e si prende a prestito dai Padri la mitica caffettiera da 12, un gigante, sogno dei moka dipendenti. E’ il giorno in cui normalmente (oggi no) ti accorgi che fa davvero caldo, ti metti i sandali e la camicia a maniche corte, e godi il tepore dell’estate che si avvicina. E’ il giorno in cui ritrovi i visi di tante persone che non vedi mai fuori da questa occasione, perché la voce del santo richiama alla casa anche chi si è allontanato.

Ma soprattutto è il giorno in cui, per un momento, puoi ritornare piccolo, nelle emozioni che sono legate a questa festa: lo stupore di vedere la chiesa trasformata dagli addobbi, quasi per magia, che la fanno diventare, ancora di più, un gioiello che risplende di rosso e  di oro, alle luce del sole di maggio che allunga le giornate.  La gioia di quando inizia la novena, avviso che la festa è vicina, e senti risuonare il canto “O Filippo, amabil santo”: per carità, non sarà un capolavoro, ma nasconde la tenerezza di una musica che hai sempre sentito, che risuona nel cuore con dolcezza, e ti fa sentire orgoglioso di saperla cantare a memoria ora, dopo che per anni l’hai rifiutata e hai fatto finta di non conoscerla.   Il senso di vacanza, di giorno di festa straordinario: per San Filippo i bambini della parrocchia, se possibile, non vanno a scuola, perché la prima messa della mattina, alle 9, è per loro, a seguire c’è  la colazione offerta da Comune (san Filippo è compatrono di Roma),  capite  che è una giustificazione più che valida per stare un giorno a casa.  Ecco perché ,anche oggi che sei grande, fai di tutto per ritagliarti un momento, per “passare a salutare”, per entrare nel giardino degli aranci, afferrare un caffè, o ancora, cosa più ardua superati i 10 anni, carpire un sacchetto di caramelle. L’emozione di entrare nelle stanze di San Filippo, scrigni di tesori e reliquie:  le conosci a memoria, ma ogni volta che ci metti piedi, vieni avvolto dal silenzio e dalla solennità del luogo, e ti ricordi di quando aprivano una volta l’anno.

Torni piccolo nello stare davanti a San Filippo, oggi che l’urna che conserva il corpo in chiesa è circondata dalle rose rosse, il cancelletto è aperto, la grata è abbassata. Ti viene voglia di abbracciarlo, di fare due chiacchiere con lui, di salutarlo con affetto, anche se lo vedi tutti i giorni , di affidargli, oggi ancora di più, tutti i desideri del cuore, lui che di cuore se ne intende.

E poi vedi loro, i Padri Oratoriani, distinti nel loro abito, così rassicuranti, e oggi anche così stanchi e provati: li guardi, e ora che sei adulto capisci il dono che ti è stato dato nella loro vocazione, e,  davanti al corpo di San Filippo, preghi per loro e ringrazi il Signore perché sono stati messi sul tuo cammino.

In questo mare di emozioni e ricordi, mentre le festa, come ora, sta per finire, ti viene in mente quella vecchia poesia in romanesco, sul quel libro mezzo dimenticato, che racconta la vita davanti al piazzale della chiesa, e  fotografa così bene l’immagine del bambino che, al momento della chiusura, si intrufola per “smiccià”(sbirciare) la cappella di San Filippo; un inchino, un segno di croce, e quelle parole “Bon sonno, San Filì, bona nottata!”, così cariche di affetto; e come nella poesia ti sembra quasi di sentire la risposta del Santo, che “da drento all’urna pare che je dica: chi ner monno fa bbene, bbene trova, creature mie, che Dio ve benedica!!.

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