Di croci e crocette

Mission_Rodrigo_MendozaCerto che è strana la festa dell’Esaltazione della Santa Croce, che è appena passata. Ci pensavo ieri, in macchina, in un lunedì uggioso di metà settembre, quando le vacanze sono un ricordo lontano, e il traffico, gli orari serrati del lavoro, l’organizzazione mentale di tempi e spazi è la traccia della quotidianità. Pensavo che è strano esaltare qualcosa che fa paura a tutti, che ricorda la fragilità e la debolezza, che ci parla di morte, senza tanti complimenti.


Perché, parliamoci chiaro, se per caso la croce di Gesù ci commuove, le nostre crocette quotidiane ci fanno abbastanza schifo. E vorremmo scacciarle in tutti i modi. Sappiamo che la croce di Cristo è la porta della salvezza, che ci apre alla Vita, quella maiuscola, in cui la morte non ha più potere. Sappiamo che quella croce è Santa, è da esaltare, è da mettere al centro della vita. Ma ci scordiamo con estrema facilità della nostra croce, quella che conosciamo così bene, e che proprio per questo ci fa tanta impressione, quella che pesa così tanto sulla nostre spalle, e nei nostri cuori, da non piacerci, nemmeno un po’.
Eppure nel Vangelo di domenica scorsa, giusto due giorni fa, Gesù era stato abbastanza chiaro: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua». Cioè si può scegliere se essere discepoli o no ma, se dici di sì,  la croce non la puoi lasciare da una parte. E non è una croce qualsiasi, quella che ti viene chiesto di portare: è la tua, quella personale, quella che hai riconosciuto solo dopo aver fatto un altro gesto assurdo, aver rinunciato a te stesso, o meglio a quell’immagine di te, alla considerazione di te, alla certezza di conoscerti e saperti gestire da solo, e saper fare tutto da solo. Abbracciare le tue debolezze, le tue fragilità, guarda caso quello che ti fa più impressione, che vorresti cancellare, o nascondere. Tante crocette, piccole e grandi.
E così mi trovo ad offrire la mia crocetta, fatta di paure e scrupoli, di malinconie e insicurezze, di nostalgia, di telefonate non fatte, parole non dette, articoli non scritti, sensi di colpa. E torcicollo, malditesta, rabbia e fatica, la sensazione di sentirsi sballottati come la pallina del flipper durante il giorno, il desiderio di fare di più, di essere di più , di assomigliare sempre di più a quell’immagine del discepolo, quello che davvero prega sempre senza stancarsi e addormentarsi col rosario tra le dita tutte le sere alla prima Ave Maria. Quello che medita, che riflette, che approfondisce, che non si lamenta in continuazione per quello che non ha, ma rende grazie per l’esistente. E che, superati i trenta, magari compra “I Grandi Classici di Topolino” davvero solo per i nipoti, e non per sè.
Quello che, prendendo la sua croce, si lascia scolpire, scalfire, lavorare, per essere sempre più discepolo, per camminare schiena dritta nonostante il peso, guardando in faccia le sue debolezze, le sue mancanze. E che sa trovare forza solo da lì, dalla croce, l’unica speranza.

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